L’Analogia: Bruno un passo avanti a Masullo
Svolgerò in questo intervento un solo argomento – la Filosofia è sobria – in risposta a due domande fondamentali, la prima: Bruno si può attualizzare? Domanda che Edoardo Massimilla rivolge ad Aldo Masullo e a Nuccio Ordine, proprio nel primo intervento del numero speciale della rivista «Infiniti Mondi» del 5 febbraio 2024. Rispetto anche a valenti interpretazioni presenti nella stessa rivista, ho trovato, però, che per affermare l’attualità del pensiero di Bruno, più dell’argomentazione teorica è stato efficace il dialogo Masullo-Bruno, prodotto, attraverso la potente ChatGPT, da Michele Mezza e Stefano Balassone, con l’apporto scientifico-filosofico di Francesco Donato Perillo e mio. Abbiamo riprodotto materialmente “un plausibile dialogo” tra Bruno e Masullo attraverso la ChatGPT, che ha così attualizzato Bruno da far concludere la conversazione tra i due con un ringraziamento da parte di Bruno a Masullo per i suoi insegnamenti.
Credo che l’intelligenza artificiale ci abbia in parte azzeccato: Bruno, che viene cronologicamente prima di Masullo, sul piano dell’utilizzo del metodo analogico è più attuale di Masullo, nonostante questi sia stato il primo a rilevare, tra i contemporanei, l’uso dell’analogia, citando, fin dall’esergo del suo libroGiordano Bruno Maestro di Anarchia, la famosa frase «Non è armonia e concordia dov’è unità, dove un essere vuole assorbire tutto l’essere; ma dove è ordine e analogia di cose diverse, dove ogni cosa serva sua la natura»1. Nell’Introduzioneal testoAldo Masullo. L’interrogazione del reale, già sottolineai l’acume di Aldo nel rilevare l’“analogia” nel pensiero di Bruno, ma anche un atteggiamento ambiguo nell’usarla in prima persona. Contaminato da Hegel2, Masullo non riesce a uscire dal linguaggio dialettico; non a caso il sottotitolo della sua ultima operaL’ArcisensoèDialettica della solitudine. Aldo sente la difficoltà di contenere nello schema dialettico proprio il tema principale della sua speculazione filosofica: ossia il rapporto tra singolarità/intersoggettività, che mantiene in equilibrio fino al suo ultimo lavoro, in cui sembra propendere a favore della singolarità. Ma è proprio neL’Arcisenso, che singolarità e intersoggettività, termini visibilmente contrastanti, trovano armonia scorrendo sui lati equidistanti di una figura di un angolo al cui vertice c’è la “comunità” duale, in una dialettica che Aldo chiama “angolare”3, ma che è molto più simile allo schema analogico. Aldo Masullo, seguendo Fichte, fa, infatti, dell’io-tu il ponte tra il singolo invitato4alla libertà e autonomia e l’intersoggettività come prodotto di tante relazioni (io-tu). Inoltre, la relazione duale non è una struttura “privata”, ma pubblica. La critica a Hegel, il re delle scissioni che separa il pubblico dal privato, rivolta a Fichte, è infondata. Fichte, molto più attuale, fa del fondamento antropologico anche un fondamento politico-sociale5.
Tra Aldo Masullo e Giordano Bruno ci sono comunque delle affinità – non analogia, che è uno schema preciso, non unpassepartout– che emergono soprattutto dalla risposta che Masullo dà a Massimilla sull’attualità del pensiero di Bruno6. Per lui Bruno non è attualizzabile in senso stretto, perché «ogni autore – secondo la massima di Hegel – è il proprio tempo appreso sul concetto», ma in un senso più ampio, perché il tempo in cui vive Bruno è un tempo analogo al nostro. I due tempi (il suo e il nostro) sono analoghi perché in entrambi c’è un mondo in crisi, un “mondo rovesciato”, che bisogna rimettere in piedi con un nuovo ordine, che va ripristinato non solo a livello istituzionale, ma al livello più profondo della convivenza civile. Questa è veramente in crisi! Bruno fonda quindi la coscienza civile su una ragione non astratta, una ragione dialogica che si regge sulla relazione. Una ragione “eroica”, potremmo dire con Bruno, una ragione “erotica”, come scrive Masullo – eroica ha la radice dieros. Sull’utilizzo del metodo analogico Bruno sta più avanti di Masullo, ma perché vivendo cronologicamente più dietro, non è stato contaminato dalla dialettica hegeliana. Questo non è un paradosso, perché proprio secondo Bruno la storia della filosofia, e quindi la Storia, non è lineare, non segue il tempo cronologico7. Bruno, il primo filosofo “moderno”, critica un aspetto della modernità che si afferma dopo, con l’ascesa della borghesia e del marxismo, ossia l’idea che la storia sia un continuo perfezionamento dell’umano. Anche questo è un aspetto della sua attualità.
Analogia tra finito e infinito: la seconda domanda
La vera analogia Bruno l’applica per risolvere un’apparente contraddizione tra finito/infinito. Egli, infatti, sostiene, da una parte, che l’universo è uno ed infinito ed in tutte le sue parti, e dall’altra che all’interno dell’universo ci sono una pluralità di mondi e di centri. Come fa Bruno a conciliare l’universalità e infinità dell’universo con la molteplicità degli infiniti mondi e centri? Che rapporto c’è tra l’uno e il molteplice, vero assillo della filosofia occidentale? Questa è la seconda domanda. Infinito/finito non seguono una semplice struttura di relazione tra le differenze o addirittura tra i contrari, ma seguono il “metodo analogico”, che usò anche Kant8nella suaCritica del Giudizioe che consiste in uno schema in cui due proposizioni contrarie, per Bruno infinito (uno) e finito (i molteplici centri), non si contrastano, sono entrambe valide nel loro luogo o registro, e s’incontrano, senza alcuna subordinazione gerarchica e/o conflitto, in un punto di condivisione. L’analogia è soprattutto “unione”, un “rapporto” che si trova su un piano differente dal conflitto e dalla contraddizione. S. Weil9, che si rifà a Kant, ma soprattutto a Filolao, parla di un piano superiore che non è un terzo elemento che chiude il contrasto tra due proposizioni e concetti differenti, nella dialettica, ma un punto più alto di avvistamento. Sul piano superiore, le proposizioni rimangono due, le verità che esprimono rimangono due10, non c’è la riduzione ad uno, ma nemmeno il conflitto: permane la dualità che sta anche alla base del linguaggio binario digitale.
L’analogia, che in greco indica la proporzione, non sta ad indicare un contrasto, ma nemmeno identità e somiglianza tra i termini, bensì tra i rapporti. Mentre nellametafora, ad esempio, il rapporto di eguaglianza è simmetrico, ossia le grandezze messe a confronto sono omogenee, fanno parte dello stesso dominio, il ragionamento analogico, invece, si snoda attraverso la messa a confronto di grandezze appartenenti a domini eterogenei. Per Kant «la conoscenza per analogia […] non significa […] una imperfetta somiglianza di due cose, ma una somiglianza perfetta di due rapporti tra cose del tutto differenti». Infatti, Bruno inDe infinito, universo e mondi, nel dialogo tra Fracastorio e Burchio scrive «Fracastorio – sono dunque infiniti gli innumerabili e principali membri dell’universo, di medesimo volto, faccia prerogativa e effetto. Burchio risponde – Non volete tre gli altri e gli altri via senza differenza alcuna? Fracastorio risponde che c’è differenza tra quelli (lucidi e caldi) e quelli (freddi e oscuri) in cui predomina il fuoco e quelli in cui predomina l’acqua. Ma proprio da questa diversità, dipende l’ordine e la simmetria, la complessione, la pace, la concordia e la composizione e la vita. Di sorte che gli mondi sono composti da contrari, e gli uni contrari come le terre, aqui, vivono e vegetano per gli altri»12. Anche Biagio de Giovanni, nel suo recente libro sul rapporto tra Bruno e Vico, parla dell’“unione dei contrari” in Bruno, trovando anche il punto di unione tra finito/infinito e tra uno/molteplice nella Materia-vita che pervade sia la vita dell’infinito universo che quella dei singoli individui: «I contrari di cui si parla negliEroici furoriincontrano proprio la tensione tra finito e infinito, la lotta – non c’è altra parola – che s’ingaggia tra essi, che trovano la loro connessione nell’essere ambedue vita, ma l’uno la vita infinita, l’altro la vita finita»; de Giovanni, però, non individua in questo metodo “lotta” più che di unione, e poi paragona Bruno a Platone, che è il primo filosofo occidentale ad introdurre la dialettica nella visione della realtà, invece che a Parmenide, come scrive Masullo anche nel suo bel testoMetafisica14.
Il metodo analogico, che non si fonda né sulla non contraddizione aristotelica, né su quella della contraddizione hegeliana, si fonda sull’unione dei contrari di Filolao, discepolo di Pitagora. Secondo questa logica i contrari non si scontrano, non si annullano nella sintesi, ma trovano un punto di unione: «la proporzione [o analogia] è pensiero comune dei pensanti separati»15. Filolao pone l’accento sull’armonia, infatti così scrive: «Evidentemente l’ordine del mondo e le cose che esso contiene sono state poste in armonia, cominciando da ciò che limita e ciò che è limitato»16. Per Filolao il punto di unione è il limite, infatti parla di contrasto di finito/illimitato, il cui limite è l’infinito e Bruno è la vita, la vita finita nel singolo e la vita come materia-vita infinita che circonda il tutto. Vorrei ricordare qui Angela Putino, interprete di S. Weil e Filolao, per la quale l’unione tra finito/illimitato sta nell’“infinitamente piccolo”, quello che per i greci in termini algebrici era dato daaleph-zero17. L’infinitamente piccolo che, seguendo la teoria dei numeri infiniti di Cantor18, costituisce il “resto” del rapporto tra numeri naturali (infiniti ma contabili) e infiniti irrazionali, talmente infiniti da non poter essere contati.
Giordano Bruno e il parricidio di Platone
Giordano Bruno si muove tra Parmenide e Filolao, è contro la torsione dialettica di Platone che, come sostiene Aldo Masullo, ha attuato un vero parricidio nei riguardi di Parmenide. Platone, che vuole fondare una Scienza del molteplice, introduce il “non essere” nella unità indifferenziata dell’essere parmenideo, ossia elementi di dialettica. Il “non essere” non viene inteso come il contrario di ciò che è, ma come un diverso modo – appunto dialettico – di essere, ad esempio: il non bello è un essere diverso dal bello. Il “non essere”, inteso in senso non assoluto, produce il molteplice che vien salvato nell’idealità. Le stesse cose sensibili non sono apparenti in modo assoluto, come in Parmenide, ma solo sul piano della sensazione e dell’opinione. Se ci spostiamo oltre ladoxa, sul piano della verità e idealità, noi troviamo non l’uno, ma la molteplicità delle idee di cui le molteplici cose sensibili sono l’incarnazione. Il cavallo incarna la “famosa” idea di cavallo, ed è diverso dalla tigre che incarna l’idea della tigre, ecco come il non essere spacca l’estiParmenideo. Plotino, invece, che è un neoplatonico, ritorna all’Uno, che non è un uno identico a sé stesso (Parmenide), è un uno che diviene e che emana da sé il molteplice come un fascio di luce che, procedendo dall’alto verso il basso, crea gradi di “gerarchia” di realtà, dalla spiritualità più alta alla più bassa materialità. Nella visione del filosofo nolano, invece, non c’è gerarchia tra gli enti, ma differenza, e ogni differenza non è diacronica, ma sincronica, è una “sinossi”, come sostiene lo stesso Masullo: «Con Bruno non c’è più l’aristotelico “mondo convesso del primo mobile”, né più l’uomo, l’animale pensante che abita il mondo è al centro della realtà naturale. La fine del geocentrismo comporta la fine dell’antropocentrismo. […] L’uomo resta [comunque] unico punto di vista, “origine” stessa della rappresentabilità del mondo»19, proprio come vuole la nuova episteme seicentesca, secondo la quale l’“essere” non è più dell’ente, ma della sua rappresentazione. Qui Bruno anticipa il concetto chiave della fisica quantistica, che vede la realtà come una rete di centri interconnessi, tanti punti di vista sulla realtà che sono parte di questa stessa interconnessione20. Noi siamo prima di tutto gli autori di questa “rappresentazione” della realtà, siamo nodi di una rete di scambi, da osservatori interni.
Linguaggi e scrittura della nuova episteme del mondo come rappresentazione
Bruno anticipa la nuova episteme del ‘600 che non s’interroga più sull’essere dell’ente, ma sulla sua “rappresentazione”, costituendo quel mondofabulosus, immagine dellaWeltanshauungleibniziana, ben rappresentata dal quadro di J.B. Weenix che ritrae Cartesio accanto alla scrittaMundus est fabula; a questa immagine fa riferimento il fenomenologo Beaufret nella sua domanda a Heidegger sulla possibilità di sopravvivenza dell’“Umanesimo”21in un mondo, prodotto di concatenazioni di causa effetto, mondofabulosus, che Beaufret non fa derivare dafatumnel senso di destino, ma dadetto, parola dell’essere (Heidegger). Il mondofabulosusdi Heidegger-Beaufret verrà in seguito a coincidere con il mondo fenomenico (il velo di Maya), congegno di rappresentazioni che trovano la lororationellaVernunftkantiana, ragione comeratio conoscendi, non comeratio essendi22. In Heidegger però laratio conoscendisi legherà di nuovo allaratio essendi, con un rischio grave di ontologizzazione del fondamento dell’umano. Kant invece tiene aperta la differenza inaugurata da Leibniz, tra le verità assolute e le verità sufficienti. Leibniz23è il primo ad attuare questa distinzione, parlando di ragione sufficiente, una ragione libera dai gravami delle verità assolute, snella e atta a spiegare, seguendo le connessioni logico-matematiche del mondo, quel che ci serve per orientarci nel reale. In questo arco di pensiero che va da Bruno, passando per Cartesio, Leibniz e l’uscita della metafisica con Kant, ci sono già le basi del linguaggio analogico delle ultramoderne macchine-AI.
Il mondo come rappresentazione esige, però, un nuovo tipo di scrittura, una scrittura più vicina all’immagine, che intervalla anche la prosa con l’illustrazione, facendone un’unica forma di comunicazione con il lettore, che non è esterno al testo ma ne è parte. Michele Mezza, seguendo le ultime interpretazioni della letteratura rinascimentale di Bolzoni24, sostiene che Bruno coglie «il potere di simboli, immagini e parole, adeguatamente giustapposte, quasi anticipando la forza dell’alfabeto iconografico che ci guida sui nostri computer»25, anche se mantiene viva tutta la sensualità della scrittura rinascimentale, perché non segue la calcolistica copernicana, ma quella pitagorica, per la quale il numero è connesso alla materia e allaphysis.
La Fortuna, novella ChatGPT
Un’altra affinità che rilevo attraverso il saggio di Nuccio Ordine, pubblicato nella rivista «Infiniti mondi» con la AI, ossia con la ChatGPT, è la concezione della Fortuna.
La Fortuna appare in uno dei dialoghi più belli del nostro filosofo, quello deLo spaccio della bestia trionfante. Ella vien convocata da Giove, perché accusata da Nomo, Mercurio e Minerva, di mandare il mondo allo sfascio, in quanto con la sua cecità estrae sempre figure negative dalla sua urna. Ma la Fortuna smonta queste tesi. E il modo in cui Bruno glielo fa fare è di una grandissima attualità: infatti la Fortuna dice: «Nell’immensa urna ogni schedula è uguale a quella di tutti gli altri, […] se io metto la mano nell’urna e tiro il principe ladro, il presidente di regione camorrista, la colpa non è mia. […] La virtù ci mette uno nome, la sapienza ce ne mette uno e mezzo, la sollecitudine ce ne mette tre, e poi tra 1, 2 e 3 buoni io ho 800mila delinquenti. Cosa volete voi? Che, quando metto la mano lì dentro, possa tirare un principe onesto? Un Presidente di regione non camorrista? È difficilissimo»26.
Si può paragonare l’idea della fortuna di Bruno alla ChatGPT? Certo: la GPT è come la fortuna, estrae i dati che noi umani ci mettiamo. Quindi non solo il paragone regge, ma mette in evidenza come l’umano abbia una funzione decisiva nel suo relazionarsi alla AI, e quindi ha bisogno, come la macchina, di essere addestrato. Non ho paura di accostare la parola addestramento all’umano, questa è la funzione della Filosofia pratica che tratteremo in «Filosofia.0». Addestramento è una parola bellissima, che usa anche S. Weil, per la quale la filosofia non è “cosa astratta”, ma è un esercizio, una ginnastica mentale, cosa pratica come una partita di tennis.
La vera attualità di Bruno sta nella necessità, per chi vuole approfondire il suo pensiero, di usare nuove categorie d’interpretazione. Il suo pensiero sfugge alla comprensione se lo interpretiamo con vecchi schemi.
- Aldo Masullo usa questa frase tratta daDe gli eroici furori(I, IV), come esergo della sua unica opera su Giordano Bruno (A. Masullo,Giordano Bruno Maestro d’anarchia, Edizioni Saletta dell’Uva, Caserta 2016, p. 2).
- Berardo Impegno fa coincidere l’interesse di Aldo Masullo per Hegel con un decennio hegeliano, cosa inconfutabile (B. Impegno,Masullo e la Politica la seconda passione, in G. Borrello e F. Lamberti (a c. di),Aldo Masullo. L’interrogazione del reale, Liguori, Napoli 2022, p. 182). Io parlo, invece, di una sua compromissione con la categoria hegeliana della dialettica, da cui pochi autori del ‘900 e del post ‘900 sono indenni.
- A. Masullo,L’Arcisenso, Quodlibet Studio, Macerata 2018, p. 171.
- Masullo, fin dall’inizio della sua ricerca filosofica propende per il duale, perché, nel parlare di intersoggettività, non parla di un astratto “noi” ma del rapporto duale di Fichte, come nucleo fondante sia della costituzione del soggetto individuale che dell’intersoggettività, in quanto solo la struttura duale può garantire la realizzazione della libertà come statuto della soggettività. Il fichtianoAufforderung(invito) non parte dall’io-individuale, ma dal tu. «L’individuo non può autodeterminarsi alla libertà, perché, in questo caso, la libertà sarebbe “trovata”, diventerebbe un oggetto, cosa contraria al suo statuto. Per autodeterminarsi, l’individuo ha bisogno di una spinta esterna, ossia l’invito. L’io viene invitato alla libertà, e non può essere che non così: il processo della libertà non può avvenire nel singolo, perché “la libertà per essere trovata deve essere trovata, ma se è trovata non è libertà”» (G. Borrello, Introduzione aAldo Masullo. L’interrogazione del reale, cit., p. XIX).
- La questione viene evidenziata proprio da Aldo Masullo in risposta ad una domanda di Elena Scuotto sul rapporto tra Fichte ed Hegel. Egli, infatti, dice: «Tra Hegel e Fichte ci sono differenze di carattere ideologico, più che di carattere speculativo. Hegel vuole dare un fondamento all’ordine sociale e allo Stato […], l’ipotesi fichtiana di una derivazione della società dal puro e semplice incontro tra soggetti privati appare insufficiente» [ma aggiunge] «La politicità può essere fondata sulla relazione tra soggetti privati come in Fichte o garantita da un terzo istituzionale che trascende la relazione come in Hegel» (B. Impegno e E. Scuotto (a c. di),Conversazioni con Aldo Masullo, inAldo Masullo. L’Interrogazione del reale, cit., p. 155).
- Cfr. F. D. Perillo,Le infinite possibilità di un dialogo oltre il tempo. Giordano Bruno e Aldo Masullo, nella presente raccolta.
- Su questo si sofferma Aniello Montano, scrivendo che «Per Bruno, il divenire storico, compresa quella della filosofia, non è una marcia trionfale verso un fine prestabilito, ed è lo sviluppo continuo, indefettibile, di un germe di verità che si accresce indefinitamente epoca dopo epoca, sconfiggendo una volta per tutte gli errori e le false dottrine che incontra lungo la sua strada. La storia procede per salti. E a vincere non sono sempre le idee migliori» (A. Montano,Bruno storico della Filosofia, in «Infiniti Mondi», cit., p. 61).
- Kant neLa Critica del Giudizio, proprio con il giudizio riflettente, risolve il problema del rapporto tra la natura in sé e le sue autonome leggi e il soggetto conoscente, ossia lo risolve con il metodo analogico, in cui scrive: «Come un orologio, una nave, un reggimento sta all’orologiaio, al nocchiero, al colonnello, così il mondo sensibile […] sta allo Sconosciuto. Che dunque così certo non conosco ciò che è in sé, ma per analogia, conosco ciò che esso è per me, cioè riguardo al mondo in cui io sono parte. Una tale conoscenza è la conoscenza per analogia: che non significa, come comunemente la parola s’intende, un’imperfetta somiglianza di due cose, ma una somiglianza perfetta di due rapporti tra cose del tutto dissimili» (I. Kant,Prolegomeni ad ogni futura metafisica, trad. it. Laterza, Bari 1979, p. 126).
- Weil così scrive: «Se cammino sul fianco di una montagna, posso vedere prima un lago, poi dopo qualche passo, un bosco. Bisogna scegliere il lago o il bosco; se voglio vedere insieme lago e bosco debbo salire più in alto. Però la montagna non esiste. È fatta di aria. Non si può salire se bisogna essere sollevati in alto» (S. Weil,L’ombra e la grazia, trad. it. Franco Fortini, Edizioni di Comunità, Milano 1951, p. 109). La falsa unione dei contrari è quella che si fa nel piano in cui i contrari si trovano (S. Weil,Ivi, p. 74). Della dialettica Weil dice: «Quel che v’è di intellegibile della famosa dialettica è unicamente la nozione di rapporto, che è più visibile in Platone che in Hegel» (S. Weil,Quaderni, vol. II, trad. it. Adelphi, Milano 1991, p. 16).
- Weil parla infatti di «due verità come le braccia di una tenaglia»: «i contraddittori pensati insieme grazie al legame del rapporto, permettono di cogliere, come due bastoni, un punto al di fuori della nostra portata diretta. Ciò dimostra ulteriormente che non vi è un piano superiore in cui vedo ridotte ad una l’unità: il rapporto implica la dualità e non l’unità, perché, primo, le due verità non sono ridotte allo stesso registro logico, ma assolutamente altro» (G. P. Di Nicola, A. Danese,Simone Weil e la contraddizione, Ed. Dehoniana, Roma 1991, p. 16).
- Si veda G. Borrello,L’infinito: un confronto tra Simone Weil e Angela Putino, inFilosofia in Pratica e Pratica in Filosofia, Liguori, Napoli 2019, p. 26.
- G. Bruno,De l’infinito universo e mondi, inGiordano Bruno. Dialoghi italiani, Sansoni, Firenze 1957, pp. 362-363. Qui Bruno sembrerebbe ricoprire lacoincidentia oppositorumdi Cusano: non è così. Cusano vuole dire che estremizzando minimo e massimo (opposti), questi finiscono per coincidere; per Cusano solo gli opposti estremismi (perifrasi oggi in auge in politica) coincidono.
- B. de Giovanni,Giordano Bruno Giambattista Vico e la filosofia meridionale, ES editore, Napoli 2023, p. 55.
- A. Masullo,Metafisica, Mondadori, Milano 1980.
- Frammento 10 (Diels),Dicha proneonton symphronesis, cfr. Nicom. Arithm. II 19 p. 115,2, inI Pitagorici. Testimonianze e frammenti, a cura di M. Timpanaro Cardini, Firenze, La Nuova Italia 1969, p. 216.
- Ibid.
- «L’infinitamente piccolo è il più piccolo degli infiniti – il primo tra i transfiniti – quello della cardinalità, ma di un infinito più piccolo di tutti gli altri, quello chiamato aleph-zero, l’infinitamente piccolo che si volge ai numeri naturali: l’infinito numerabile» (A. Putino,Simone Weil. Un’intima estraneità, Città Aperta, Troina (En) 2006, p. 66).
- Cantor nel 1984, con l’esempio della retta, «dimostrò che i numeri irrazionali con il loro insieme costituiscono un insieme infinito più numeroso di quello dei numeri razionali e dei numeri algebrici; un insieme sostenuto da altri transfiniti, termine con cui sempre Cantor designerà gli infiniti attuali. Per quanto il ragionamento sia di stretta natura geometrico-matematica, sia i numeri reali che gli irrazionali o trascendentali hanno a che fare con la realtà mondana, sociale, politica. Mentre i primi sono nella realtà contabile del sociale dominata dalla forza illimitata, e quindi della parte della realtà che è falsa, solo i secondi sono fuori dal contabile, e quindi si aprono alla parte della realtà che si apre alla giustizia, alla verità, al bene» (G. Borrello,L’infinito: un confronto tra Simone Weil e Angela Putino, inFilosofia in Pratica e Pratica in Filosofia, cit., p. 26).
- A. Masullo,Giordano Bruno Maestro di anarchia, cit., p. 51.
- Carlo Rovelli così scrive: «Noi esseri umani […] siamo nodi di una rete di scambio nel quale ci passiamo immagini, strumenti, informazioni e conoscenza. Ma del mondo che vediamo siamo anche parte integrante, non siamo osservatori esterni. […] Siamo fatti degli stessi atomi e degli stessi segnali di luce che si scambiano i pini sulle montagne e le stelle nelle galassie» (C. Rovelli,Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano 2014, p. 72).
- LaLettera sull’umanesimofu scritta nel 1946 da Heidegger proprio in risposta a Jean Beaufret, che gli chiedeva come fosse possibile «ridare un senso alla parola “umanismo”».
- Cfr. G. Borrello, C. Fioriello,Il pensiero parallelo, analisi dello stereotipo femminile nella cultura filosofica e utopica, Liguori, Napoli 1986, pp. 31-32.
- Clementina Gily Reda sostiene che Bruno nelDe Monade(1591) anticipò anche il concetto di monade – cosa che fu trascurata dagli studiosi suoi contemporanei, ancora nel clima instaurato dalla sua morte al rogo – anche se «per Bruno la monade ha porte e finestre». Quindi lui è il teorico dell’onnicentrismo, che è praticamente una teoria per cui la monade ha sicuramente una sua capacità autonoma di vivere, ma poi riceve i dati di tutto il mondo, dati sempre aggiornati (C. Gily Reda,Bruno Mago: ombre e luci, lezione tenuta presso la Metis nel febbraio 2020 e pubblicata in questo inserto).
- L. Bolzoni,Galassia Ariosto. Il modello editoriale dell’«Orlando Furioso» dal libro illustrato al web, Donzelli, Roma 2017.
- M. Mezza,Bruno nel secolo lungo della filosofia della scienza. Un linguaggio per l’addestramento delle tecniche, relazione pubblicata in questo inserto.
- N. Ordine,Maestri nella tempesta, in «Infiniti Mondi», cit., p. 31.
