È possibile stabilire un nesso dialogico tra il pensiero di Bruno e quello di Aldo Masullo? La comune appartenenza alle radici nolane è elemento sufficiente per giustificare un possibile (o impossibile) dialogo tra due filosofi distanti cinque secoli?
Certamente il debito di riconoscenza verso una città, Nola, che ha alimentato la scintilla del sapere di entrambi e l’orgoglio di esaltare i figli di una tradizione filosofica meridionale che comprende pensatori elevatissimi come Campanella, Vico, Filangieri, Spaventa, Croce, Gentile (che è tra i principali interpreti bruniani) non è motivo bastante a innescare un dialogo che l’applicazione della Intelligenza Artificiale, e nello specifico di un sistema generativo (ChatGPT), può rendere oggi fattibile. Il motivo evidentemente è invece da ritrovare nei contenuti ideali e di pensiero che accomunano o separano i due pensatori. E ciò nella convinzione che un pensiero “generativo” e non meramente copiativo/compilativo contribuisce a conferire valore aggiunto al pensiero dei due autori, aprendo anche la strada ad una nuova didattica e a innovativi sistemi di apprendimento e di riflessione1.
La sperimentazione, nata da un’idea di Michele Mezza, quasi per gioco, tra noi e l’Intelligenza Artificiale generativa, è stata utile, al di là della portata intrinseca del dialogo, per confermare una fondamentale indicazione metodologica nell’uso di questi sistemi: la qualità dell’output del sistema è fuori dagli algoritmi del sistema stesso ed è tutta nella testa di noi umani. Essa è funzione diretta della nostra capacità sia di porre domande che di alimentare correttamente il sistema “intelligente” fornendogli le opportune fonti su cui esso classifica, ordina, elabora, e in definitiva “apprende”. Nella sigla GPT (Trasformatore Generativo Pre-addestrato) è il fattore P (Pretrained) ad essere decisivo: il linguaggio della macchina intelligente è il linguaggio umano che vi è iniettato, ovvero la qualità dei dati, delle fonti, del linguaggio stesso cui la macchina si addestra.
Anche sotto questo profilo, l’iniziativa diFilosofia.0conferma quanto sia indispensabile la sopravvivenza della filosofia nell’era dell’Intelligenza Artificiale: l’attitudine e la capacità di interrogare il reale si estende oggi alla dimensione virtuale, intesa ormai come parte integrante della rappresentazione e del vissuto della realtà, aumentata e dilatata dall’infosfera che avvolge ormai ontologicamente il mondo. È questo il “metamessaggio” che, al di là dei contenuti, ci trasmette l’esperimento del dialogo plausibile tra Bruno e Masullo.
L’Analogia come metodo
«Bruno ci è compagno nel nostro tempo», dice Aldo Masullo2. Ma che significa “compagno nel nostro tempo”? Possiamo ritenere che l’attualizzazione del pensiero e della visione del mondo di un autore del passato possa interpretare i giorni nostri? Il rischio è di ottenerne una banalizzazione forzata e strumentale del pensiero, apparentemente efficace solo su di un piano divulgativo.
Non voglio accreditarmi qui come “intellettuale elitario”, perché quale allievo di Aldo Masullo mi ritengo solo un onesto praticante della filosofia, ma non posso non evidenziare il rischio che in ogni presunta attualizzazione si nasconda una manipolazione.
Se, come ricorda Masullo, citando un noto insegnamento di Hegel, «la filosofia è il proprio tempo appreso in pensieri»3, bisogna lasciare Bruno al suo tempo, e soprattutto alla sua straordinaria consapevolezza di vivere un tempo di crisi epocale e di inaccettabile decadenza dell’umanità. Il suo secolo, il XVI, da lui vissuto nella seconda metà fino a giungere al 1600, segna gli sconvolgimenti generati dalle scoperte geografiche e dalla conseguente disumana colonizzazione dei territori, rapinati e sfruttati dalla presunta civiltà dei bianchi europei. Si esce dalla feudalità, ma le guerre e gli eserciti mercenari devastano il mondo dell’occidente, terra del tramonto come poi l’avrebbe definita Heidegger, “mondo riversato” come lo definisce Bruno nel suo tempo. Grandi invenzioni attraversano il secolo, modificando la vita umana: la diffusione della stampa a caratteri mobili, le armi da fuoco, gli strumenti di navigazione, il microscopio. Bruno si sente al centro degli sconvolgimenti che irrompono nel suo tempo e condanna senza scampo la disumanizzazione verso cui precipita un mondo che occorre venga rovesciato: «Ti par che farebbe male un che volesse mettere sotto sopra il mondo rinversato?»4.
La filosofia si conferma essere “il proprio tempo appreso in pensieri”. Non possiamo attualizzare quei pensieri, ma è lecito rintracciare una drammatica analogia con il nostro tempo: forte è l’analogia col tempo disumano denunciato da Bruno.
Noi pensiamo secondo il nostro tempo e possiamo concepire un confronto, drammatico e spiazzante, «tra i suoi pensieri del suo tempo e i nostri pensieri del nostro tempo»5. È qui l’analogia, nel trovarci di fronte allo scenario di un “mondo rovesciato”: il suo è stato il tempo della crisi radicale che partorisce la modernità; quello di Aldo Masullo (ma ancora anche il nostro) è invece il tempo in cui la modernità è al tramonto, affonda nel nichilismo dell’impermanenza e della liquidità, investendoci con la velocità della tecnologia cui non riusciamo a tenere il passo.
Analogia, dunque, non attualizzazione. Possibilità cioè di cogliere strutture problematiche di fondo al di là della oggettiva differenza dei mondi: in questo senso Bruno ci è compagno al viaggio nelnostrotempo, come Aldo.
Masullo, nel contestare le attualizzazioni del pensiero del filosofo nolano, giunge a individuare nella analogia una metodologia di interrogazione del reale (ma anche di pratica nelle relazioni umane) di cui in definitiva siamo debitori proprio a Bruno6.
Perché l’analogia non resti sulla superficie del solo piano semantico e non rischi una dissipazione nelle forme annegando ogni differenza, occorre che il suo fondamento sia nell’interiorità umana e che questa riconosca la propria continuità con l’universo intero («ita cum animus cuiusque unius continuationem habeat cum anima universi»7), assicurata «per communionem spiritus universalis».
A differenza dell’approccio dialettico che necessita della contraddizione e del conflitto per conquistare una sintesi, l’analogia richiede invece di far leva sui legami di senso, quei legami che si esprimono in natura e in cultura anche e soprattutto attraverso le differenze, ma che in modo strutturale connettono gli umani sia alla propria comune natura organica (al proprioBìos, potremmo dire), sia a quella organica e disorganica dell’infinito universo:
«L’ordine della natura apporta questo, che l’uno contrario sussista, viva e si nutrisca per l’atro, mentre l’uno viene affetto, alterato, vinto e si converte nell’altro»8.
Nella natura universale [regno della diversità n.d.r.] niente accade senza ottimo fine che il tutto dispone secondo giustizia9.
È la pari dignità di ogni centro nelle infinite connessioni dei mondi e delle culture a legittimare e ad accogliere le diversità abilitando il “convitto umano” (bellissima questa espressione di Bruno in un tempo di guerre, rapina e di colonizzazione!), «la comunione degli uomini, la civile conversazione»10: la pace, grande ideale masulliano, potremmo dire accomunando i due pensatori.
La fine del geocentrismo e il pensiero analogico
Solo giunti a questo punto è corretto porci la domanda: vi sono affinità tra il pensiero di Bruno e quello di Masullo? Sicuramente, e vanno rinvenute nel fondamento della strutturale intersoggettività della ragione, o almeno nella necessità di una ragione che stabilisce ponti e connessioni negli infiniti mondi che spostano l’uomo dal centro dell’universo, ma che poi diventa in Masullo, con un debito di riconoscenza verso Fichte11, la condizione determinante dell’identità umana: il fondamento umano è l’intersoggettività, fondamento antimetafisico del senso dell’umano.
Se infatti ogni luogo è centro, immerso in un universo di infiniti mondi che si muove infinitamente differenziandosi, ma con la permanenza di Dio in ogni mondo ad assicurarne l’impronta dell’infinito in ciascuna parte, allora la ragione si muove sui binari di una pari dignità degli uomini, condizione che abilita la possibilità di una convergenza dei punti di vista in grado di attraversare le differenze, e dunque il dialogo come guida al contempo della ragione stessa e dell’etica umana: «Non è armonia e concordia dov’è unità, dove un essere vuole assorbire tutto l’essere, ma dove è ordine e analogia di cose diverse, dove ogni cosa serve sua la natura»12.
Leonardo da Vinci rappresenta l’uomo di Vitruvio nel 1490, immagine iconica dell’umanesimo rinascimentale. Quasi sessant’anni dopo nasceva Giordano Bruno che quella rappresentazione dell’uomo avrebbe scalzato dal centro dell’universo, rovesciando gli orgogliosi presupposti dell’umanesimo, quale dominio dell’uomo sul tutto.
Quattro anni prima del martirio di Bruno, nel 1596, alle soglie del nuovo secolo nasceva Cartesio che avrebbe poi rigorosamente separato lares cogitansdallares extensa, ponendo l’uomo fuori dal suo fondamento biologico, esaltando nella sua ragione pensante il suo dominio assoluto su di un mondo, ridotto a mera estensione di cose dominabili.
La fine del geocentrismo è tuttavia durata davvero poco, bruciata nel rogo di Bruno e annientata nell’abiura imposta 33 anni dopo quel rogo a Galileo. L’antropocentrismo vitruviano fu rapidamente restaurato e poi esaltato con continuità nel corso dei secoli successivi dall’Illuminismo, dall’Idealismo, dal Positivismo, e in generale nella separazione tra filosofia e scienze esatte. Sono occorsi almeno tre secoli per rivalutare la visione bruniana, grazie alle scoperte della biologia moderna, alla teoria della relatività, fino a giungere alle più recenti ipotesi della meccanica quantistica che riportano il pensiero al confine tra scienza e filosofia.
Incancellabile resta la lezione di Bruno sul dialogo, quale diretto portato della sua visione cosmologica in cui ogni centro contiene egualmente l’infinito, con la conseguente pari dignità tra i centri: se non c’è un alto e un basso, se il mondo va letto con la lente dell’anarchia e non della gerarchia, tutto è relativo ai punti di vista. Ogni punto di vista è perciò interpretazione della realtà e, paradossalmente, allo stesso tempo comprende dentro di sé la realtà stessa.
Solo il dialogo può illuminare la conoscenza e l’idea della pluralità dei mondi lo rende possibile e lo legittima.
L’illimitata espandibilità del dialogo e le macchine intelligenti
Bruno si muove su di un piano ontologico-metafisico, ma riporta la teoria degli infiniti mondi anche alle relazioni umane. Mancando il dialogo, infatti, «non s’arrebbe bontà civile, la quale consiste nella civile conversazione»13: parole di Bruno.
Ogni uomo è centro di infinite potenziali connessioni e grazie alle diversità di opinioni il dialogo può tendere all’infinito e non stagnare nella ripetizione. Gli dèi (o il Dio) che hanno concepito l’universo come infiniti mondi, lo hanno fatto finalizzandolo all’allargamento senza limite del dialogo tra gli uomini (dimensione culturale) e dell’analogia nel mondo naturale (armonia e ordine del creato nonostante i contrasti): non solo dialogo tra gli uomini di questo mondo ma tra tutti i viventi su tutti i mondi possibili, come ha osservato Masullo14.
Certamente il pensiero bruniano si muove in una prospettiva cosmologica, ma l’infinità dei mondi è anche presupposto di infinità degli universi mentali e delle culture. L’illimitata espandibilità del dialogo in ogni direzione finisce per costituire il presupposto stesso dell’etica e, in fondo, della democrazia come unico possibile sistema di “convitto” tra gli umani.
Qui giungono opportune due riflessioni di ampio impatto. La prima è relativa al rapporto tra l’etica e il diritto. Appare infatti chiaro che, se modelli e soggetti sono equipollenti, la funzione della legge e di ogni possibile norma verrebbe a limitare e a vanificare l’esistenza stessa del dialogo. Qui l’anarchia o, meglio, forse l’anomia, nella visione di Bruno. Non da una norma esterna all’individuo-mondo può essere imposta una regola, ma solo dalla responsabilità personale di ciascun individuo, che resta centro di responsabilità tra infinite potenziali connessioni nella convivenza umana.
Il dialogo supera i conflitti, produce armonia, «la comunione degli uomini, la civile conversazione»15. Con la conseguenza che «nessuna legge, che non è ordinata alla pratica del convitto umano, deve essere accettata». Il che vale a dire che la forza dialogica si sviluppa nella pienezza di una libertà incompatibile con un sistema di vincoli e prescrizioni normative e che richiede solo norme orientate ad assicurare il convitto umano.
Il potere ordinatore della cultura (il piano “semantico” cui si riferisce Masullo) trova un limite nel rispetto del diritto umano alla civile convivenza e al dialogo.
Quella di Bruno appare dunque come un’etica interculturale fondata su “diritti originari” dell’uomo, senza i quali le stesse istituzioni umane (leggi comprese) non sarebbero possibili né ammissibili. Il mondo che viola i diritti umani, tanto nell’era di Bruno quanto nell’epoca attuale, diventa “immondo”, un mondo rovesciato che occorre “rinversare”.
La seconda riflessione scaturisce direttamente dalla prima ed è riferita al nostro tempo: se il dialogo è praticabile e necessario tra gli uomini e finanche con quelli eventualmente viventi in altri lontani mondi, a maggior ragione si deve ammettere oggi il dialogo tra uomini e macchine intelligenti nell’era dell’Intelligenza Artificiale che si espande in un mondo ormai avvolto nell’infosfera e infinitamente dilatato dalla dimensione digitale.
Come soggetti delnostro tempoci chiediamo se davvero siamo in grado di dialogare con le macchine intelligenti. Se sappiamo porre loro le giuste domande, se sappiamo interpretare i loro output senza delegare loro il potere decisionale. Se abbracciamo o rigettiamo l’idea di una necessaria co-evoluzione di uomini e macchine calcolanti, con umani (o postumani) che si potenziano con le macchine e macchine che apprendono grazie alle transazioni umane.
Un dialogo “tra mondi” che diventa oggi transumano (non è solo tra gli umani, come evocato da Bruno, ma anche tra gli umani e le macchine intelligenti, capaci di continuo autoapprendimento) ci mette al riparo dal pericolo di un dominio degli algoritmi sugli umani, e dunque dalla conseguente drammatica involuzione del mondo in un “immondo”. D’altra parte, il dialogo è per sua stessa natura strumento del divenire umano, in quanto arricchisce e trasforma nel loro infinito interagire i soggetti dialoganti.
Proprio grazie alla traccia lasciataci da Bruno, è possibile poi illuminare anche l’attualissimo controverso e dibattuto tema dell’etica applicata alla funzione delle macchine intelligenti nell’universo mondo contemporaneo, la cosiddettaalgoreticarappresenta infatti uno dei nodi principali, tuttora irrisolti, della relazione uomo-macchina intelligente. Notevoli sono gli sforzi in atto da parte dei governi per giungere a una previsione normativa condivisa, in grado di stabilire limiti e modalità nello sviluppo e nell’uso dell’Intelligenza Artificiale. Una normativa che possa ordinare e disciplinare la progettazione e la finalizzazione degli algoritmi che guidano le macchine intelligenti, al fine di salvaguardare i fondamentali diritti umani. Tema su cui anche il Papa ha ritenuto, tra i primi, di intervenire con la sua esortazione ai progettisti e ai produttori tesa a evitare la trappola di un mondo “rovesciato” in cui l’umano è governato dagli algoritmi delle macchine.
Ma ci scontriamo qui con due ostacoli radicali: è possibile fermare la tecnologia, imbrigliandola in una normativa? E poi: siamo in grado di trasformare in qualcosa di computabile il valore morale? E infine – ma è solo il corollario della seconda domanda – quali sarebbero i valori morali condivisi e universali su cui orientare gli algoritmi, chi li stabilisce e con quale autorità?16
Paolo Benanti17sostiene che:
«Per tutelare la dignità della persona nei nuovi rapporti tra uomo e macchina, dobbiamo sviluppare algoritmi di verifica indipendenti che possano quantificare e certificare in qualche modo questa capacità di intuizione, intelligibilità, adattabilità e idoneità degli obiettivi del robot»18.
Possiamo cogliere nei pensieri bruniani le stesse strutture problematiche di fondo che attagliano oggi i temi dell’algoretica: possono le leggi, il diritto, l’esercizio della giustizia normare il “convitto umano” senza costituire un limite all’infinito dialogo? In altri termini può la cultura ordinare e disciplinare la natura senza interferire con le sue finalità?
È da questi interrogativi che sorge l’anarchia di Bruno nel “mondo rinversato” dei crimini, delle rapine e degli stupri nelle terre coloniali della conquista: quale giustizia, quale diritto, quale etica?
Il principio ordinatore del mondo “raddrizzato”, ci ammonisce Bruno, è «la communione degli uomini, la civile conversazione», e perciò «nessuna legge, che non è ordinata alla prattica del convitto umano, deve essere accettata»19. La fonte del diritto non è perciò nelle istituzioni umane, ma nell’umana responsabilità a tutelare il diritto originario: quello alla dignità umana. Come sostiene Masullo:
«Quel “diritto” nasce dall’attualità di una fortemente sentita e coscienza dell’inumanità come scacco della strutturale intersoggettività e pacificità della ragione»20.
Un diritto umano che è diritto originario e naturale, perché ancora i suoi presupposti nella pari dignità, e dunque nell’accoglimento della differenza, degli infiniti centri di soggettività.
Per analogia Bruno ci suggerirebbe oggi che l’algoretica non può risolversi in un insieme di norme e di vincoli imposti alla tecnologia da un legislatore, sia pur esso un legislatore planetario: non è l’algoritmo che deve essere omologato all’etica, peraltro deresponsabilizzando in questo modo gli umani, ma è il comportamento di chi lo progetta e lo usa che deve essere orientato dalla bussola della “prattica del convitto umano”.
Il dialogo affidato all’Intelligenza Artificiale
Fin qui abbiamo provato a imbastire un possibile dialogo tra Bruno e Masullo, da cui sono scaturite riflessioni, idee, soluzioni possibili, visioni, grazie soprattutto alla sensibilità, agli interessi, alla formazione, alle sinapsi e, aggiungerei, al vissuto e allaWeltanschauungdi chi qui scrive. Insomma, un umile prodotto della seppur modesta “intelligenza naturale” umana.
Se proviamo a confrontarci ora con gli output forniti da ChatGPT, preventivamente addestrata con i dati forniti sia dai testi dei due filosofi, sia dalle domande, su un ampio ventaglio di temi, sottoposte dagli autori del test, noteremo una differenza, cogliendo come il dialogo, pur risultando simbolicamente efficace e sufficientemente rappresentativo del pensiero dei due filosofi, sia generato su schemi piuttosto generali e descrittivi, quasi come lo svolgimento di un compito in classe, ancora lontani da capacità critiche umane. Una capacità che potrà essere raggiunta solo quando l’I.A. risulterà in grado di generare risposte creative e originali a temi non estrapolabili direttamente dai testi (e quindi dai dati): quando, cioè, potremo ottenere dai due filosofi risposte non rinvenibili nei dati, ma estrapolabili dalle modalità di sviluppo del loro pensiero. Risposte, ad esempio, a domande del tipo: “Secondo voi (Bruno e Masullo) in che consiste la differenza tra sentire e calcolare?” Oppure: “C’è differenza tra la morte di una macchina e la morte di un vivente?” O ancora: “Cos’è la morte per voi? Consapevolezza di sé o mero fenomeno biologico?”
Domande filosofiche che richiedono risposte filosofiche.
Domande e risposte per un vero dialogo generativo di conoscenza.
- Mi corre l’obbligo di citare qui il contributo di Michele Mezza e di Stefano Balassone cui si deve sia l’idea che la fattibilità di questa sperimentazione presentata al pubblico, anche con la partecipazione mia, di Giovanna Borrello e di Nino Daniele, nella basilica della Pietrasanta il 12 dicembre dello scorso anno, in occasione della celebrazione del centenario della nascita di Aldo Masullo.
- A. Masullo,Giordano Bruno maestro di anarchia, Edizioni Saletta dell’Uva, Caserta 2016.
- G.W.F. Hegel,Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari 1987, p. 15.
- G. Bruno,De l’infinito universo e mondi, inOpere italiane, con note di Giovanni Gentile, Laterza, Bari, vol. I, pp. 362-363.
- A. Masullo,Giordano Bruno maestro di anarchia, cit., p. 24.
- Si veda C. Ossola,Dei legami di senso e dell’analogia in Giordano Bruno: studi recenti, in «Lettere italiane», vol. 43, n. 2, apr.-giu. 1991.
- G. Bruno,De magia. De vinculis in genere, a c. di A. Biondi, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 1986, p. 122.
- G. Bruno,De l’infinito universo e mondi, inOpere italiane, cit., vol. II, p. 156.
- G. Bruno,De gli eroici furori, inOpere italiane, cit., vol. II, p. 572.
- G. Bruno,Spaccio della bestia trionfante, inOpere Italiane, cit., vol. II.
- Si veda A. Masullo,Fichte, l’intersoggettività e l’originario, Guida Editori, Napoli 1986.
- G. Bruno,De gli eroici furori, inOpere italiane, cit., p. 572.
- G. Bruno,De l’infinito, universo et mondi, inOpere italiane, cit., vol. I, p. 339.
- A. Masullo,Giordano Bruno maestro di anarchia, cit., p. 66.
- G. Bruno,Spaccio della bestia trionfante, cit., p. 88.
- Vedi L. Floridi,Etica dell’intelligenza artificiale, Raffaello Cortina editore, 2024.
- Docente della Pontificia Università Gregoriana e membro del Comitato sull’intelligenza artificiale delle Nazioni Unite.
- P. Benanti,La dignità della persona nell’era della machine sapiens, articolo pubblicato su Fide, 22 gennaio 2019.
- G. Bruno,Spaccio della bestia trionfante, cit., pp. 88-89.
- A. Masullo,Giordano Bruno maestro di anarchia, cit., p. 43.
