L’ultima lezione di Clementina Gily Reda, tenuta nel 2020 per la scuola Metis e qui pubblicata postuma: la magia di Bruno come scienza naturale, il potere delle immagini, e perché la filosofia non può più permettersi di ignorare né la tecnica né la teoria dell’immagine.

Sintesi della lezione tenuta da Clementina Gily Reda nel febbraio del 2020 per il Corso di Counseling filosofico della scuola Metis Bìos e Tèchne. Sbobinatura a cura di Francesco Lamberti ed Elena Scuotto.

Clementina Gily Reda:A proposito del temaBìos e tèchne, scrissi anni fa un libro che si chiamava appuntoTèchne. La teoria dell’immaginein cui sostenevo che nel discorso sull’immagine c’è una componente di tecnica assolutamente importante e centrale. Nell’arte la tecnica è fondamentale, tuttavia quando si parla di arte o si parla di estetica o di bellezza, si tende a parlare degli autori e delle opere e la tecnica sembra sempre un residuo delle botteghe dell’arte, ovvero di quel periodo in cui l’arte era considerata qualcosa di poco, dove allora i pittori erano poco più che imbianchini. Con Leonardo da Vinci comincia una presa di coscienza diversa e solo da allora i pittori si imposero anche come intellettuali. Prima l’intellettuale era solo il teologo, il filosofo, cioè colui che aveva tutta una serie di competenze scientifiche e la cui ricerca era rivolta alla conoscenza; il pittore non entrava proprio in questo tipo di discorsi. Soltanto nel Novecento si è effettivamente diffusa la convinzione che anche l’arte sia un modo di conoscere. Il termine estetica, nel suo significato attuale di settore dell’indagine filosofica che mira alla definizione e alla classificazione del fenomeno artistico, nasce nel Settecento, ma in realtà il termine grecoaisthesis, da cui deriva la parola estetica, originariamente significa sensazione; quindi, tutto ciò che riguarda la sensazione sarebbe oggetto dell’estetica. La tecnica è appunto necessaria per “mettere in pulito” la sensazione in modo da farne una scienza; per “mettere in pulito” l’immagine che è oggetto di quella sensazione; e tuttavia la tecnica viene ancora considerata un fatto del tutto accessorio, roba pratica, non importante, perché “si fa con le mani” e non con la mente. È dal Rinascimento che incomincia a concepirsi la mente insieme alla mano e chi lo afferma con più frequenza è proprio Giordano Bruno. Ecco perché Giordano Bruno a un certo punto è diventato il centro dei miei interessi, perché proprio in Giordano Bruno si esprime quel legame che è alla radice dell’argomento principale del corso della Metis suBìos e tèchne. Certo, quando si parla di Bruno, di Leonardo e di altri grandi personaggi come loro, ci sono molte cose da mettere in ballo, però qui cerchiamo di soffermarci su questo argomento essenziale, appunto il rapporto trabìosetèchne. Con questo intendiamo, da un lato, il rapporto tra la vita e la tecnica, ma dall’altro anche il rapporto tra le scienze che se ne occupano. Questa è stata l’antitesi fondamentale del Novecento, se si dovesse privilegiare una maniera di concepire la realtà come rappresentazione, come nella pittura, che veniva ritenuta unamimesi, un modo di copiare le cose del mondo; o sostenere una visione scientifica, orientata all’indagine della struttura numerica e meccanica, che si cela dietro l’apparenza delle cose. Il contrasto tra filosofia e scienza è stato il centro delle polemiche del Novecento tra i filosofi, che sono diventati sempre più astratti nelle loro definizioni e sempre più lontani dalla connotazione originaria della filosofia, e gli scienziati, che hanno progressivamente parcellizzato la conoscenza in una serie di infinite specializzazioni: chi studia le formiche, ad esempio, è un biologo, come chi studia le balene, ma tra loro sono studiosi diversissimi, e ognuno ha il suo linguaggio, i suoi concetti di riferimento, il suo oggetto di indagine ben delimitato e determinato. Quindi abbiamo un’opposizione tra filosofi estremamente astratti e universalizzanti e scienziati estremamente parcellizzati, ma tuttavia fortemente uniti dal pensiero binario. Tale unificazione in nome del pensiero binario ha compattato gli scienziati, che oggi si presentano come un coeso corpo antifilosofico; al contrario, va ribadito, che la filosofia oggi abbraccia la tecnica, si serve della comunicazione di massa, dei mezzi, delle tecniche, della rete, almeno quanto se ne servono gli scienziati.

Il mio testoFotografare l’intelligenza artificialenasce da un suggerimento tratto da Bruno. Cercherò, quindi, di argomentare perché da un “mago”, e proprio in questa sua magia, si trovi la base di una soluzione di cui noi siamo in cerca. Che cosa vuol dire fotografare l’intelligenza artificiale? Significa che, soltanto se noi riusciamo a mettere un fermo a questa velocità eccessiva del nostro tempo, riusciamo effettivamente ad avere un’idea di quanto conta il digitale nella nostra vita. Conta moltissimo. E chi ne può fare a meno? Oggi tutto è in rete, senza la rete non possiamo nemmeno prelevare da un bancomat. Gli intellettuali da sempre sembrano avere difficoltà con le cose concrete. Già Aristofane lo rimproverava a Socrate. Eppure, Socrate era un filosofo che discuteva nella pubblica piazza. Oggi invece il filosofo si chiude in una muraglia con altre persone che vogliono fare lo stesso e non ha più rapporti con gli altri. E a mano a mano che procede l’avanzamento tecnologico questo pericolo aumenta. Ma non si tratta di confrontarsi con la domanda su come sarà il domani. Ciò che bisogna considerare è il nostro mondo attuale. Io non lo so se domani avremo ancora bisogno di questo rallentamento, ma ne abbiamo adesso. Considerando quello che è il nostro mondo attuale, che cosa dobbiamo fare di fronte a questa velocità che con la rete è diventata effettivamente eccessiva? La questione riguarda tutti ed è la questione del nostro rapporto con le immagini con cui abbiamo a che fare di continuo. In effetti oggi l’educazione alle immagini comincia sul seggiolone, quando diamo la pappa a un bambino piccolissimo con la televisione accesa, ma paradossalmente a scuola l’educazione alle immagini non è ancora arrivata. Di immagine si parla solo nelle ore di storia dell’arte, che sono solo due a settimana, e non è teoria dell’immagine.

Allora, il primo argomento che vi voglio proporre per iniziare la riflessione è il seguente: a cosa serve lo studio della storia? Che è la domanda sul perché serve studiare il Rinascimento e Bruno. Lo studio della storia ha sicuramente il valore di rievocazione di una tradizione che ci aiuta a collocarci in una determinata cultura. Con lo studio della storia, per esempio, possiamo collocare la nostra cultura nella tradizione europea o in quella italiana. In questa accezione la storia ci serve ad avere cognizione di noi stessi, delle nostre radici. Studiare il primo Novecento può far riflettere su quanti tratti in comune ci siano con il presente attuale. Ma se, da un lato, studiare storia ha questa funzione di ricordarci la tradizione, ha anche un’altra funzione, riassumibile nella famosa espressione secondo la quale la storia èmagistra vitae. In un certo senso, secondo me, è vero che la storia è maestra di vita, sia dal punto di vista individuale (le nostre storie personali), sia dal punto di vista collettivo: la storia ci ricorda palesemente dove abbiamo sbagliato.

Quindi, in sostanza, perché studiamo la storia? La mia risposta personale, che potreste trovare contestabile, è che mi interessa per capire l’evoluzione di un determinato fatto o, meglio, di una determinata idea, dal momento che sono una filosofa. La storia risponde alla mia domanda sul perché è andata così. E l’interesse per Bruno nasce così. Mi sono chiesta perché Bruno fu un mago? Ed ho provato a rispondere a questa domanda nel mio testo che si chiama appuntoBruno Mago. Ombre e luci. In fondo la magia è stata un aspetto minore della sua vita, ma è stata anche ciò che lo ha condotto alla morte, per la sua incapacità di fingere e di mostrarsi diverso da come era, cosa che, vivendo a Corte, pure tentò di fare per assumere ruoli di prestigio. Perché per me è diventata importante questa parte di lui? Perché la magia faceva parte di quella società e serve a capirla. A tutti i sapienti del Cinquecento veniva chiesto di fare predizioni. A quanto pare, anche oggi molti politici hanno il loro astrologo e un po’ tutti proviamo piacere nel ricorrere al pronostico degli oroscopi. Ma nel Cinquecento era comune. Campanella, per esempio, fece il tema natale di Luigi XIV, prevedendo un re che fosse degno della sua “città del sole”. Marsilio Ficino officiava magie, faceva previsioni, preparava amuleti. Bruno, tuttavia, fu un mago a modo suo. E la differenza è che la sua magia era la scienza naturale, che è la voce di Dio che parla a ognuno di noi.

Bruno è stato il primo a parlare di monadi. Leibniz in effetti prese molto da Bruno, come anche Spinoza, anche se nessuno dei due lo cita, perché ovviamente era un eretico bruciato sul rogo. Come sappiamo, per Leibniz la monade è senza porte né finestre, ma questo è uno dei fraintendimenti della filosofia di Bruno, perché invece per Bruno la monade ha porte e finestre. La monade vive praticamente in uno stato di ascolto del mondo; la voce di Dio parla tutti i giorni nei piccoli miracoli quotidiani: è la voce del tutto. Noi ascoltiamo la voce del tutto. In ogni decisione o pensiero che facciamo, ascoltiamo la voce del tutto, teniamo conto di infiniti dettagli con cui siamo interconnessi. Poi c’è chi questa totalità la chiama Dio, c’è chi la chiama società, storia ecc. Però tutti quanti viviamo sempre sulla sponda di quello che riceviamo, delle nostre percezioni del mondo. Bruno, quindi, è il teorico dell’onnicentrismo, che è praticamente la teoria per cui la monade ha una sua capacità autonoma di vivere, ma poi riceve i dati da tutto il mondo, dati sempre aggiornati.

Bruno inoltre è un filosofo che crede profondamente nella non separatezza tra scienza e filosofia ed è anche per questo che mi interessa. Noi viviamo grazie ad un mix sempre meglio realizzato di scienza e filosofia. Ci sono alcune cose che noi comprendiamo seguendo un paradigma scientifico, numerico; altre cose per cui il paradigma numerico non ha senso e per comprenderle abbiamo bisogno invece di un paradigma analogico. Questa è una parola recente. Il valore dell’analogia come conoscenza comincia con Kant, ma se ne acquisisce coscienza veramente forse un po’ di tempo dopo. L’analogia è un altro modo di presentare le cose. Bruno con la magia intende proprio l’analogia. La magia di Bruno è praticamente un saper vedere nelle cose oltre le cose, un saper intuire, anche se il termine intuizione non basta. C’è una parola bellissima di un filosofo del Novecento del tutto dimenticato, Scaravelli, e questa parola è “capire”. Il capire non è il sapere. Quando diciamo “ho capito” non intendiamo la stessa cosa di quando diciamo “ho saputo”. Il capire è qualcosa che non coincide esattamente con l’intuito, spesso capire non indica una intuizione. È quel modo del tutto attivo della nostra mente, della mia mente, di intendere qualcosa. Questo vuole esprimere Scaravelli con la parola “capire”. Per lui, la scienza e la filosofia sono due modi che si completano, sono complementari, non possono essere considerati l’uno senza l’altro.

Il libroFotografare l’intelligenza digitalemi è stato suggerito dalle discussioni con gli ingegneri con cui ho stretto amicizia, occupandomi di comunicazione di massa. Gli ingegneri mi hanno proposto un problema di etica: ma se progetto, per esempio, un’automobile guidata dall’intelligenza artificiale, come faccio a farle decidere se è meglio investire un bambino o schiantarsi contro un muro, uccidendo l’utente? Come faccio a far scegliere ad una macchina questo tipo di problematica etica? Quale è il comportamento giusto? Salvare il bambino? E poi l’utente comprerebbe una macchina progettata con l’opzione di preferenza di farlo morire? I dilemmi etici sono complicati. Noi uomini, che abbiamo un cervello evoluto in migliaia di anni, in questi casi tendiamo a scegliere utilizzando quello che viene chiamato cervello rettile. Il cervello rettile è la parte del nostro cervello responsabile delle azioni istintive, ed è la meno evoluta. Paradossalmente scegliamo con la parte meno evoluta in queste situazioni, quella che ci fa spostare di scatto se sta cadendo una pietra in testa. Noi stessi facciamo le scelte in questo modo oscuro e quindi sarà molto difficile codificare una scelta per la macchina, visto che anche noi non sappiamo scegliere in modo razionale di fronte a una cosa del genere.

Tutto questo ragionamento vuol dire che scienza e filosofia, mai come oggi, devono trovare il modo per capirsi, perché noi oggi viviamo nel mondo delle immagini, ma non sappiamo leggere le immagini. Il presente è caratterizzato dalla fruizione delle informazioni soprattutto attraverso le immagini, il cui impatto è spesso manipolativo se non si sa leggere, se non se ne ha conoscenza. Lefake newssono spesso veicolate da immagini, ma non solo, anche le immagini che raccontano fatti di cronaca o quelle che oggi ci raccontano della guerra in Ucraina possono veicolare informazioni ambigue, manipolate. Anche se possono sembrarlo, le immagini non sono mai obiettive, perché le cose non sono mai chiare, possono sempre essere raccontate, riprese, fotografate in un’altra maniera. Questa è la grande difficoltà di oggi: le immagini sono convincenti, sono immersive, coinvolgenti, ma ci guidano dove vogliono. Altrimenti perché l’uomo avrebbe inventato la parola? Di immagini ne aveva quante ne voleva, visive, uditive, tattili. Poteva orientarsi attraverso i sensi decodificando immagini. Perché ha avuto bisogno della parola? Perché non ci capiva niente. L’immagine può significare tutto e nulla. Il nome la determina. Ma pensate a quante volte il nome di un quadro non ci convince, perché per noi quell’immagine significa tutta un’altra cosa!

Questo è il motivo per cui mi interessa la teoria dell’immagine e ritengo che sia molto importante che sia insegnata nelle scuole. E l’interesse per la teoria delle immagini coincide con l’interesse per Bruno.

Credo che noi dobbiamo cominciare a ragionare in modo molto serio, e gli estetologi che stanno incominciando a fare questo percorso sono pochi. Sono pochi perché la maggior parte dei protagonisti dell’estetica filosofica, come Cacciari, Agamben e tanti altri, in effetti si dedicano soprattutto alle parole, non parlano di immagini, per esempio di dipinti, come invece hanno fatto altri autori che vengono dalla storia dell’arte e ai quali dobbiamo importantissimi contributi. La riflessione per tutto quello che riguarda l’educazione all’immagine, che ci viene non da filosofi e pedagogisti, ma dalle botteghe dell’arte. Bisogna quindi accettare di percorrere queste riflessioni.

Bruno pensa la non separatezza di scienza e filosofia non come intreccio dei metodi della scienza e della filosofia; questo non è ancora il suo problema, sarà un problema del Novecento. Nel Novecento abbiamo una forte specializzazione e parcellizzazione delle scienze, ma non bisogna dimenticare che, in parte, ancora la conosciamo, nasce con Aristotele. Prima di Aristotele il sapere era un complesso organico che comprendeva tutto, anche la filosofia. È stato Aristotele a pensare che invece fosse assolutamente necessario pensare a un sapere specializzato. Teofrasto, che sostituì Aristotele alla guida del Liceo, era un botanico, si occupava della vita delle piante; un campo dall’orizzonte molto specifico.

Come dicevamo, scienza e filosofia hanno sicuramente metodi diversi. La filosofia non parte da assiomi, non ammette presupposti del ragionamento. Esistono sicuramente dei principi logici non dimostrabili e per Aristotele quello fondamentale è il principio di non contraddizione, ma il discorso filosofico vero e proprio è caratterizzato dal sillogismo, ovvero dalla dimostrazione. La filosofia è un ragionamento che si interroga su problemi eminentemente pratici, che riguardano la vita dell’uomo, le sue scelte e le sue decisioni soprattutto nell’agorà. Si pensi a Socrate, il cui esercizio filosofico si svolge tra le strade della città, sui problemi della vita comune. Non ci sono presupposti assiomatici, si incomincia a ragionare e piano piano ci si confronta e sempre generalizzando sui problemi dell’uomo. La scienza invece parte da assiomi, da principi indimostrabili, da cui deduce e fa scaturire altre regole e altri presupposti. Pensate quando decade una teoria scientifica. Poincaré nel Novecento diceva che, quando una teoria scientifica decade, decade tutta la scienza, perché cade l’intero modo di spiegare i fenomeni e se ne trova un altro. Per esempio, nel Cinquecento la spiegazione di tipo aristotelico, che dà ragione dei fenomeni del mondo, non funziona più e tutte le scienze fondate su questa visione cambiano radicalmente. Il mio testoIl Rinascimento di Giordano Brunoha come sottotitoloIl miele e le aragoste: queste due immagini mi sono sembrate le migliori per descrivere la differenza di approccio alla conoscenza tra filosofia e scienza, o in generale tra un approccio umanistico al sapere e un approccio calcolante. Il miele rappresenta qualcosa che invischia, coinvolge e conquista per la sua fluida dolcezza, come il sapere umanistico che cattura sempre per la gradevolezza, per il coinvolgimento e la capacità di “invischiarci”, chiamando in causa la nostra interiorità. Quando penso alle aragoste, invece, mi riferisco a quella cordata che questi animali fanno per percorrere gli oceani, mettendosi in fila, ognuna attaccata a quella davanti. Mi incuriosisce questa semplice convinzione che il primo della fila conosca la via e non possa sbagliare, come ogni dimostrazione scientifica si aggancia ad un assioma nella fede cieca che non sia sbagliato. Sono due strade diverse del conoscere: chi conosce filosoficamente vuole conoscere anche guardandosi nell’intimità, “invischiandosi” nell’umano. Pretende di intuire, per esempio, lo stato d’animo di Napoleone in Russia; il perché Cesare andò incontro a un pericolo che conosceva bene. Noi cerchiamo sempre di capire interiorizzando. La conoscenza scientifica parte dall’alto e tutto il resto segue, come nelle aragoste: se la prima aragosta ha sbagliato, sbagliano tutte le altre. Si deve cambiare paradigma. Questi sistemi di conoscenza, dunque, sono molto diversi tra di loro e tuttavia non possiamo pensarli separati. Dobbiamo pensarli complementari. Nessuno dei due è migliore dell’altro o può sostituire l’altro. Noi non possiamo dare risposte “affettive” in campo scientifico, così come non possiamo dare risposte scientifiche in ambiti affettivi.

Qui sta la grandezza di Bruno, che è anche ciò che rende interessante tutto il suo periodo storico/culturale, proprio perché è l’epoca di passaggio tra Rinascimento e Moderno, un’epoca in cui la distinzione forte tra scienza e filosofia o altri saperi “umani” praticamente orientati è complementare. Si pensi a Della Porta che approda alla fisiognomica a partire dalle numerosissime osservazioni che erano state fatte in astrologia sui tipi umani.

Io credo che questomediumtra filosofia e scienza sia estremamente vicino al nostro tempo. Possiamo effettivamente fare una scelta diaut-autnel nostro modo di conoscere e di procedere alla ricerca nelle nostre professioni? Io credo proprio di no. Sono invece due binari del conoscere che noi dobbiamo cercare di intersecare, anche se sono decisamente diversi. Il miele e le aragoste mi pare che ci dicano anche questo.

Un altro mio testo su Bruno si intitolaGiordano Bruno: per Ercole, e tratta del Bruno politico. Giordano Bruno è un personaggio politico moderno senza pari tra i politici rinascimentali. Sicuramente vengono in mente Machiavelli e Guicciardini. Forse un’influenza “machiavellica” in Bruno è sostenibile. Mi riferisco agli studi di uno storico del Warburg Institute, John Bossy, il quale sostiene che Bruno fece la spia per conto di Enrico III, che pare lo avesse inviato a Londra in soccorso di Maria Stuarda prigioniera. Il fatto che al suo rientro Bruno non fosse accolto tanto bene da Enrico III corrobora l’ipotesi della sua missione di spionaggio, dal momento che Maria Stuarda era stata uccisa e quindi la missione era clamorosamente fallita. Tuttavia, lo spionaggio era pratica molto comune della diplomazia del Cinquecento e sicuramente il Bruno politico fu molto diverso sia da Machiavelli che da Guicciardini. Nel mio testo io parlo di Ercole, che neLa Cena delle Ceneriè una figura molto speciale. Tutti ricordiamo le dodici fatiche di Ercole, ma perché furono compiute? Ercole aveva ucciso tutta la sua famiglia, un peccato di non poco conto. Per questo motivo era andato a Delfi per chiedere all’oracolo di Apollo come riparare alla sua colpa. Le dodici fatiche furono la sua espiazione. Pensando a questo mi viene in mente l’Ercole Farnese esposto al MANN. È una statua di un’imponenza fuori dal comune. Un corpo possente e apparentemente indistruttibile che, tuttavia, ha l’espressione sul viso quasi di un bambino che sta aspettando la punizione. Un uomo di cui essere terrorizzati con lo sguardo basso. Ercole rappresenta la forza messa al servizio del bene perché, dopo ciò che ha fatto, vuole la punizione e decide di pagare amaramente. Ecco perché Ercole è importante.

Bene, Bruno fece lo stesso. Per esempio, quando era a Londra, stava cercando redenzione da una vita complicata compiendo un gesto coraggioso. Frequentò tutte le corti principesche e tutte le corti reali di allora per avere una prospettiva e un riconoscimento politico. Lui, un misero fraticello, peraltro spogliato della veste (anche se mentiva su questo fatto), si propose con un coraggio effettivamente ammirevole e in sostanza riuscì a farsi sentire, perché dovunque ebbe incarichi importanti. La sua prospettiva politica era quella della pace, essendo già stato colpito e costretto all’esilio dalle calunnie, che naturalmente sempre sorgevano in un periodo di lotte di religione. Ma la redenzione dalle calunnie la cerca nel coraggio e nella fatica di affermare la sua idea politica. In questo fu imponente come Ercole.

Nel testoBruno Mago, invece, come ho accennato prima, tratto il tema della magia. Il testo bruniano di riferimento è ovviamente ilDe Magia, che è un bellissimo libro molto ampio in cui Bruno chiarisce senza ombra di dubbio che per lui la magia è la scienza naturale. La scienza naturale intesa come studio di ciò che percepiamo con i sensi. Il termine percezione è un termine contemporaneo, ma per Bruno la magia come scienza naturale è propriamente la capacità di conoscere attraverso la sensazione intesa in tutta la sua accezione soggettiva e onnicomprensiva. La magia immette nel termine sensazione il carattere soggettivo dell’aura. La sensazione coglie tutto, i colori, il calore, gli oggetti, l’aria. Si pensi a Leonardo quando dice che bisogna disegnare anche l’aria. L’aria è ciò che loro chiamavano etere, qualcosa che Platone chiamava anima del mondo, una definizione che torna nel Rinascimento, proprio perché intende molto bene quel senso di totalità che noi mettiamo nel concetto di mondo. In effetti si parla di qualcosa che non è molto dissimile da ciò a cui è pervenuta la fisica del Novecento con la teoria della relatività e la teoria quantistica. Oggi la fisica ammette dei concetti che erano già stati pensati dai filosofi classici. Pensate alclinamendi Epicuro. Ma voi capite? L’atomismo nato quattro secoli prima di Cristo è stato confermato solo alla fine del 1800. Questo lo diceva Popper, non io.

Il sottotitolo del testoBruno MagoèOmbre e Luci. Il riferimento è ad un altro testo di Bruno:Le ombre delle idee, che, in realtà, è il suo primo libro. IlDe Magia, invece, è tra le ultime opere magiche, che furono scritte tra il 1589 e il 1591, ma rimasero inedite fino al 1892, quando furono pubblicate da Felice Tocco.Le ombre delle ideeè un’estetica. La parola estetica nasce nel Settecento, nel significato moderno; quindi, usare questa parola potrebbe sembrare una forzatura, però sicuramente Bruno è un pensatore che pensa per immagini e in questo testo si presenta una vera e propria metafisica estetica, una metafisica del mondo per immagini, che hanno il pregio di poter essere cambiate e non rimanere sempre identiche a sé stesse.

Il mondo che si presenta attraverso Giordano Bruno e attraverso questa metafisica, io direi che è un mondo magico in cui è possibile rintracciare delle visioni del mondo che camminano con noi e che devono camminare con noi. Il Novecento ha prodotto troppo nichilismo e ha trascurato quelli che sono i problemi concreti dell’uomo, i problemi legati alla vita del singolo e alla vita della comunità, che riguardano la sua necessità di orientarsi o di compiere scelte. Come ci si orienta nel nichilismo?

L’educazione e la conoscenza attraverso l’immagine è un tema che tocca anche Campanella. NeLa Città del Solel’educazione si faceva passeggiando per i circoli della città sulle cui pareti erano appesi drappi con immagini, il cui argomento variava di giro in giro. Le immagini dunque erano centrali. Questa attitudine alla formazione attraverso le immagini oggi si è persa, ma un tempo era molto importante. Tra il 1793 e il 1795 Schiller scriveCallia o della bellezzaeLettere sull’educazione estetica dell’uomo. Comprendere l’immagine significa però non solo coltivare l’intuizione, ma anche comprenderne le regole. Anche le immagini hanno una loro grammatica e una loro sintassi. La grammatica potrebbe coincidere con la tecnica con cui si forma l’immagine: l’uso dei colori, dei pennelli, del digitale ecc. La sintassi invece riguarda la composizione, concetto che in questo periodo sto molto rivalutando soprattutto nell’arte comemimesi, come copia e riproduzione del mondo. L’arte astratta sembra andare oltre questo discorso, ma anche nell’astratto c’è composizione. Come si compone un’immagine? Quale è la sintassi per quel che si vuole dire? Ci sono una quantità di regole che devono essere rispettate e che soltanto se rispettate ottengono la comprensione di chi fruisce l’immagine. Se un artista compone una cosa assolutamente incomprensibile se non arriva lui a spiegarla, non è un vero artista. Come docente di estetica a volte ho dovuto superare la non comprensione che avevo di alcuni autori studiando ho capito, ma questo tipo di lavoro non mi convince. Certo, studiando i loro libri o quelli dei critici ho capito, ma questo tipo di lavoro non mi convince. L’immagine non deve essere spiegata dalle parole per essere compresa. La questione, come dicevo, non riguarda l’arte astratta, perché la comprensione non è legata alla necessità di avere la figura. Ci sono opere di arte astratta che si comprendono benissimo. Non è questione di inserire figure. L’arte è comunicazione, deve riuscire a dare a chi guarda il senso di quel che vede. La comprensione è data da intuizione e comprensione delle regole sintattiche. L’arte è entrambe le cose. Torniamo al discorso delle forme diverse di conoscenza. Per me ci sono due forme di conoscenza, che sono comunemente chiamate scienza e filosofia, ma io vorrei anche di usare questi due termini, che possono generare confusione e parlerei di analitico e analogico, che sono componenti fondamentali della conoscenza. L’analogia è ciò che ci porta ad accostare le cose e ogni volta che vogliamo capire qualcosa necessariamente ci serviamo di qualcos’altro. L’analogia è una somiglianza e non corrisponde a un’affermazione decisa, a un assioma. È la delimitazione del campo in cui io riesco a dare una definizione. Se devo definire un romanzo farò riferimento a qualcosa d’altro che gli somiglia, come per esempio un altro genere letterario. Conoscere per analogia significa definire un campo, in questo caso quello dei generi letterari. Io non farò mai riferimento a una mela per definire un romanzo. Noi conosciamo attraverso due modalità: quella analogica, che definisce il campo per somiglianza, e quella analitica che classifica differenziando. Entrambi sono necessari. La distinzione tra scienza e filosofia non era corretta perché entrambe ricorrono a sistemi analitici e analogici. Anche la filosofia ricorre a sistemi analitici, sicuramente si avvale di giudizi storici e non classificatori, però ha bisogno anche di un giudizio analitico che abbia le forme di certezza e di validità.

Quindi centrale è la questione della definizione del campo. Il campo in filosofia non è fisso, ma si sposta sempre e per questo motivo dobbiamo considerarlo come un problema. Il campo è il problema. Il campo è la domanda.

Dibattito e conclusioni

Giovanna Borrello:Da studiosa di Simone Weil vorrei farti una domanda sull’analogia. Weil riprende lo schema logico dell’analogia di Kant che considera l’analogia come unione di due proposizioni contraddittorie. Anche Masullo rivede questo significato nell’analogia bruniana. In questo senso l’uso logico dell’analogia può essere una via alternativa a quella della dialettica hegeliana?

Clementina Gily Reda:Sì, sicuramente. Proprio in Bruno noi troviamo l’espressione “la magia del due”, che è bellissima e che io uso molto ed è esattamente quello che dici tu. Bruno inoltre parla di “materia animata” eliminando la classica dicotomia tra materia e forma, corpo e spirito, che ancora noi stessi usiamo perché fa parte del senso comune e lo usiamo come una contrapposizione chiarificatrice, ma in sé è completamente falsa. Noi siamo materia animata da un principio e principio. Quando Bruno ha scrittoDella causa, principio et unocontrappone alla partizione analitica delle quattro cause di Aristotele (materia, forma, causa, fine) l’idea di un solo principio. Questo concetto avrà una sua evoluzione e verrà codificato in modo assoluto da Gentile con la teoria dell’atto puro. Anche l’idealismo gentiliano pone un solo principio, ma il problema è che è un atto vuoto, né più né meno dell’atto aristotelico.

Per Bruno questo principio può essere analizzato nel suo movimento solo dalla teoreticità pura, ovvero della scienza e della filosofia. A seconda di quello che ci serve, noi analizziamo una cosa numericamente, analiticamente oppure ci riflettiamo secondo il regime dei sentimenti. Ciò che accomuna le due vie è la teoreticità pura, l’essere immersi in un discorso gnoseologico. La domanda sul sapere. Noi vogliamo sapere.

La capacità di mantenere l’equilibrio tra modi di sapere diversi, ritenendoli complementari. Oggi siamo sbilanciati su una modalità di conoscenza di tipo scientifico/analitico, manca l’idea del tutto, l’idea del principio, e si tende alla parcellizzazione e partizione delle conoscenze. L’idea del tutto, che è poi l’idea del campo di cui parlavo prima, viene considerata superficiale o superata. Ma pensiamo a Leonardo che è il primo a dipingere paesaggi. Leonardo comprende che prima di vedere la natura nel dettaglio, bisogna comprendere l’intero. Per “vedere” non sempre basta “vedere da vicino”, bisogna prima “vedere da lontano”. Questo accostamento mi fa pensare quanto l’operazione di Leonardo sia filosofica. I suoi critici lo identificano di più come uno scienziato, ma nella pittura c’è molta più filosofia che scienza. Panofsky ha scritto un libro sulle poetiche dei pittori e non a caso il titolo èIdea. Quindi è importante l’equilibrio tra modi diversi di conoscere, che è anche l’equilibrio tra la parola e l’immagine di cui parlavo prima. Ci sono luoghi del sapere in cui la parola è insostituibile perché è l’unico che consente certi tipi di approcci analitici, consente di rileggere, di riguardare, di approfondire. Però oltre la cultura del libro o della parola, c’è la cultura dell’immagine che è analogica. E noi siamo immersi nelle immagini. Paradossalmente viviamo un’epoca in cui riteniamo più foriera di verità la conoscenza scientifica, ma allo stesso tempo siamo sommersi dalle immagini e poiché non le sappiamo leggere, non ci capiamo niente. È veramente una situazione angosciosa. Io credo che questo sia uno dei problemi seri dell’oggi. Mi viene in mente il personaggio di Clara Malaussène di Daniel Pennac, che capiva le cose soltanto fotografandole e io credo che oggi siamo tutti come questo personaggio. La fotografia ormai ci caratterizza tutti e si chiamaInstagram.Instagramè basato solo sulle foto e questo è un problema serio io credo sia correlato al fatto che oggi non si legge più.

Ma torniamo all’analogia e alla domanda che mi hai fatto Giovanna, che mette in campo il discorso dei contrari e contraddittori, un discorso molto interessante. La distinzione fra contrari e contraddittori fu già tema aristotelico. I contraddittori sono quelli che si generano quando si viola il principio di non contraddizione, generando un paradosso. Il principio di non contraddizione ci dice che non possiamo contemporaneamente legare un predicato ad un soggetto e non legare quello stesso predicato a quello stesso soggetto. Non possiamo dire “Socrate è un uomo” e nello stesso tempo dire “Socrate non è un uomo”. Questo è un paradosso e ce lo dice la prima regola logica: il principio di non contraddizione. I contrari invece sono per esempio: “vita e morte”, “bene e male”, “giusto e sbagliato”, questi non sono paradossi, possono coesistere nel movimento della realtà. Anzi nel movimento della realtà coesistono, soprattutto nel movimento della vita. Perché non puoi pensare l’uno senza l’altro. Allora a che servono per distinguerli? Per misurare. “Giovane e vecchio”, “bello e brutto” servono per misurare, per collocare in una scala di valore che va da un estremo all’altro. Ma gli estremi ci sono entrambi. La contrarietà ci dà il senso della misura nel flusso indistinto in cui viviamo. La contraddittorietà ci dà il senso del limite di ciò che possiamo dire. Il primo è un discorso analogico in cui non esiste paradosso, o in cui, se preferiamo il paradosso è concesso, perché la vita è paradossale. Il secondo è un discorso analitico, fatto di aut-aut. Qui vediamo bene come dalla filosofia nascono entrambi i modi, quello analogico e quello analitico. È la filosofia che ha prodotto le scienze. Ora in questo momento c’è questo predominio scientifico, il predominio del numero, che è il predominio del binario. Il sistema binario ha assunto caratteri simili alla religione, presenta dogmaticità.

Allora, per concludere, che cosa ha insegnato Bruno?

Bruno insegnava filosofia e partiva dalDe Animadi Aristotele per confutarlo. Bruno fu un antiaristotelico convinto, criticò la teoria delle quattro cause, come dicevo, e la sostituì con il concetto di un unico principio, ma soprattutto insegnava loSfero, che rappresenta la vera critica al sistema aristotelico, ripreso dal sistema astronomico tolemaico. Cioè, la critica al geocentrismo e l’affermazione dell’eliocentrismo. L’eliocentrismo comportava la caduta non soltanto di una visione astronomica, cosa che per l’uomo comune doveva contare assai poco, ma portava anche alla caduta di un’intera visione del mondo, con le sue regole morali e sociali. Tutto il sistema di San Tommaso, tutta la costruzione cosmico/etica di Dante. L’eliocentrismo butta via tutto il sistema della morale, il sistema delle fedi, salta tutto.

Bruno questo lo capì subito e gli bastò l’immagine del sistema eliocentrico. Per questo Bruno è un uomo di immagine, perché dall’immagine capì che era nato un altro mondo. La Terra non si trovava più al centro, ma si trovava insieme ai pianeti, che erano gli dèi dell’Olimpo: Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno. In queste immagini vi è un mondo che sfuma di colpo e i grandi intellettuali capiscono di dover prendere posizione in merito. Bruno capisce che cosa ha di dover cambiare posizione. La sua grandezza inoltre è nell’essersi riuscito ad argomentare in modo scientifico in un’opera in italiano, quindi destinata a un pubblico non del settore. Perché allora le opere scientifiche si pubblicavano in latino e infatti Bruno lo usa per la maggior parte delle sue opere. Con un capolavoro della comunicazione riuscì a rendere edotti un gruppo di cortigiani della corte di Elisabetta, peraltro per lo più poeti e non scienziati, mettendo in scena delle commedie. Il teatro di Bruno ha avuto un’influenza enorme in Inghilterra, ci sono moltissime osservazioni storiche che si possono fare sull’influenza di Bruno su autori come Shakespeare e Marlowe, i quali, come alcuni sanno, secondo alcune interpretazioni sono la stessa persona. Il personaggio che porta il nome di Berowne (Brauni) nellePene d’amor perdutedi Shakespeare, cortigiano che parla sempre di amore, è probabilmente ispirato proprio a Bruno. Quindi la domanda “che cosa ha insegnato Bruno?” dovrebbe avere come risposta: “molto più di quanto pensiamo”.

Vorrei chiudere citando un passo del Vangelo apocrifo di Filippo al numero 67, in cui si legge: “la verità non è venuta al mondo nuda, ma è venuta in simboli e immagini. Esso non la riceverà in altra maniera”. Questa frase è bellissima, perché ci fa capire che, quando capiamo una cosa, è come se tutto a un tratto la immaginassimo. Capire per noi significa riuscire a raffigurarci qualcosa nella mente, tradurlo nel nostro idoletto intimo. È quel lampo in cui la cosa appare chiara e distinta come appunto un’immagine. Ecco perché è molto importante capire come si conosce attraverso le immagini.

Bruno usa come suo monogramma l’espressione “Giordano: nella chiave e nelle ombre” e dice di sé: “io stesso per me sono l’immagine della mia figura, del mio ruolo”. Aveva il senso della propria novità e di averla costruita in odio alla partizione analitica dei saperi. La conoscenza filosofica è immaginifica, non si basa sulla definizione, ma sull’analogia, così come fa un dipinto.

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