Al centro del mio intervento c’è la figura di un medico e filosofo tedesco, Viktor von Weizsäcker (1886-1957)1, a cui Paolo Augusto Masullo ha dedicato larga parte dei suoi studi, contribuendo in modo decisivo alla diffusione e alla conoscenza delle sue opere in Italia2. Proprio su sua sollecitazione, ho iniziato a occuparmene anche io e, nelle pagine che seguono, raccogliendo l’esortazione che spesso Masullo mi ha rivolto ad approfondire la questione della formazione medica in Weizsäcker, vorrei evidenziare il contributo che quest’ultimo ha offerto e credo possa ancora offrire alla riflessione su questo tema.
Viktor von Weizsäcker è noto soprattutto per essere stato una sorta di padre fondatore della medicina psicosomatica3. Proprio Masullo, però, ha dimostrato quanto questa “etichetta” fosse parziale, se non riduttiva, dal momento in cui non tiene conto né delle critiche che Weizsäcker ha rivolto alla «costruenda teoria psicosomatica»4, né della funzione strumentale che essa assume nell’economia della riflessione weizsäckeriana. La psicosomatica, infatti, per Weizsäcker rappresenta un mezzo — senz’altro importante, ma pur sempre un mezzo — per realizzare l’obiettivo primario del suo itinerario speculativo e professionale: rispondere alle insufficienze della medicina moderna elaborando e praticando un’autentica medicina antropologica5, capace di curare «tutto l’uomo»6e di introdurre il soggetto nello studio e nella cura della malattia7.
A tale progetto, in effetti, Weizsäcker indirizza, fin da giovane, parte cospicua delle sue energie, convinto della necessità di una riforma della medicina8, dalla quale non può che discendere anche un cambiamento nell’ambito della formazione medica. Formazione, la cui inadeguatezza, egli sperimenta in prima persona quando, a partire dagli anni Venti, da direttore del reparto di neurologia a Heidelberg, visitando i pazienti nell’ora di ambulatorio, si rende conto di avere di fronte un «oggetto» sul quale non ha «imparato proprio nulla»9. Scrive significativamente nel 1926:
Abbiamo appreso che il corpo umano è fatto di tessuti, che i tessuti sono fatti di sostanze chimiche, che nelle malattie tutto ciò si muta, nella forma e nella composizione. Così possiamo sentenziare; ciò è malato. Il malato però dice: io sono malato. Una cellula può dire “io”? una molecola, un atomo, un elettrone può dire “io”? Chi è colui che dice “io”? Abbiamo appreso solo di cose che sono “qualcosa”, non abbiamo appreso nulla di cose che sono “qualcuno”10.
Quella che Weizsäcker denuncia è una situazione apparentemente paradossale: mentre la scienza medica conquista nuovi e stimolanti traguardi nell’ambito della patogenesi e delle tecniche diagnostiche, il medico avverte la mancanza di un autentico sapere sul malato. La dimensione individuale e specifica del soggetto malato o la dimensione etica e spirituale della relazione medico-paziente sono espunti dall’impianto positivista assunto dalla medicina. Quest’ultima, inoltre, investita com’è da una progressiva “tecnicizzazione” rischia di veder ulteriormente potenziato il suo dispositivo oggettivante.
Dinanzi a questa situazione, sollecitato sia dall’incontro con la psicoanalisi freudiana che con la fenomenologia dell’affettivo e l’antropologia filosofica di Max Scheler11, Weizsäcker si propone di elaborare un’antropologia medica in cui le conoscenze di tipo fisiologico e anatomico vengano connesse in modo sistematico con quelle di tipo psicoanalitico, al fine di indagare anche il ruolo svolto dal corpo e dalla malattia organica nella soluzione dei conflitti psichici. In questo orizzonte, la medicina psicosomatica si configura per lui nei termini originali di unGestaltkreisdi psiche e corpo, di una relazione dinamica di unitaria ma reciproca alternanza in cui essi si sostituiscono, si richiamano e si rappresentano reciprocamente. Ne discende, nel contempo, una visione della patologia e della terapia delle malattie organiche che richiede al medico di provare a inserire anche il sintomo organico tanto nella storia di malattia quanto nella storia di vita del paziente, all’interno della quale soltanto esso può rivelare la sua specifica valenza psichica.
Si tratta, è evidente, di un compito non semplice da assolvere, che esige un significativo ampliamento delle conoscenze e delle metodologie utilizzate dal medico. In nessun caso, però, esso implica l’abbandono delle basi scientifico-naturali della medicina che, per Weizsäcker, devono rimanere intatte. Tuttavia, egli è convinto del fatto che, se l’università non è non deve ridursi ad essere una specie di scuola professionale, seppur di alto livello, allora anche la formazione universitaria dei futuri medici non può più limitarsi a «ciò che è noto e universalmente riconosciuto»12. Essa deve provare a dischiudere nuovi orizzonti, a esplorare l’ignoto che, in quel momento, per lui era rappresentato dal potenziale contributo che la psicologia e, in particolare, la psicoanalisi potevano dare alla diagnosi e alla cura delle patologie organiche.
Weizsäcker non nasconde le difficoltà connesse a questo radicale mutamento di prospettiva. Ma è convinto che un aiuto fondamentale, in tal senso, possa venire proprio dalla filosofia. Da quest’ultima, a suo avviso, è essenziale assumere non tanto una specifica dottrina o una determinataWeltanschauung, ma quell’ethosrelazionale e dialogico che, fin dalle origini, la caratterizza come un sapere che prende forma e si realizza nella pratica del dialogo intersoggettivo.
Ed è proprio il dialogo che ha luogo nell’incontro con il paziente che diviene per Weizsäcker uno dei momenti decisivi dell’azione medica. Quest’ultima non si struttura in una relazione teoretica oggettivante, non muove da un sapere, ma da un domandare13: medico e paziente, infatti, non sono unsoggettoeoggetto, ma due soggetti che condividono il divenire e la responsabilità del processo terapeutico. L’agire del medico, allora, non inizia con l’affermazione di un “io penso”, ma dall’ascolto di un “io sono malato”.
Se l’incontro tra il medico e il paziente rappresenta la situazione originaria e decisiva dell’antropologia medica, nonché la fonte cui attingere i criteri orientativi dell’azione terapeutica, allora esso va messo al centro anche della formazione dei futuri medici. Ma in che modo è possibile farlo?
Weizsäcker, più che spiegarlo teoricamente, lo mostra praticamente in uno scritto, intitolatoFälle und Probleme14, che rappresenta una sorta di resoconto ragionato dell’attività didattica da lui svolta come professore di neurologia presso l’Università di Heidelberg tra il 1946 e il 1947. Il testo, infatti, raccoglie la trascrizione delle lezioni di Weizsäcker in cui procedeva a delle dimostrazioni cliniche organizzate nei termini di vere e propriePatientvorstellungen. Tali lezioni erano condotte secondo uno schema ben preciso. Nella prima parte gli studenti assistevano, come in una specie di conferenza pubblica, al dialogo tra Weizsäcker e il suo paziente (dialogo che nel testo viene fedelmente riprodotto). Quando il paziente abbandonava l’aula, Weizsäcker iniziava la seconda parte della lezione in cui forniva un’interpretazione del caso.
Ovviamente, sia il colloquio che l’interpretazione successiva avevano alle spalle un lungo e meticoloso lavoro preparatorio, condotto fuori dall’aula attraverso reiterati incontri con il paziente. Essi servivano sia a raccogliere i dati della sua storia clinica — quella Weizsäcker chiamaKrankengeschichte«naturale, esteriore»15— sia a ricostruire l’autenticaKrankengeschichte, cioè una storia di malattia che collocava i dati clinici disponibili e la malattia del paziente nella dinamica di una biografia, di un’intera vita16. Questa anamnesi clinico-biografica diviene il materiale a partire dal quale Weizsäcker in aula imposta un dialogo in cui il paziente ha modo di descrivere i suoi vissuti psichici e corporei e di esprimere le sue valutazioni sulla malattia. Il modo in cui ne parla o se la spiega, la cosa a cui la collega, in quale contesto emotivo, socio-ambientale, spirituale, la colloca, che impatto le attribuisce sul piano esistenziale, tutto diviene strumento di indagine diagnostica e di pratica terapeutica in una prospettiva in cui l’individuo è «rappresentato come un dramma dinamico tra corpo, anima e spirito», come una totalità in cui si intrecciano e trovano il loro «terreno comune»17gli aspetti corporei, spirituali e psichici della personalità umana.
Assistendo a queste lezioni, gli studenti avevano la possibilità di vedere con i propri occhi cosa significasse praticamente introdurre il soggetto in medicina; e potevano rendersi conto del fatto che ad essere introdotta non è solo la soggettività del paziente ma anche quella del medico. Con le sue scelte operative e metodologiche (utilizzare o meno specifiche tecniche diagnostiche o determinati procedimenti terapeutici, dare risalto ad alcuni aspetti e lasciarne sullo sfondo altri, etc.), il medico mette a disposizione la sua soggettività e le conferisce una “forma”. In questa dinamica, a cui il medico non si può sottrarre, egli è strettamente vincolato al malato. Come emerge molto bene nella serie di colloqui riportati nel testo, anche il malato prende posizione di fronte alla sua malattia: la considera somatica, psichica, prova o meno a individuarne le cause, esprime preoccupazione per alcuni sintomi e ne trascura altri. Tutto questo retroagisce sull’azione del medico e, nel contempo, espone la patologia a sempre nuove riconfigurazioni, mostrando come essa sia il risultato di un processo in cui medico e paziente sono coinvolti e legati l’uno all’altro.
Weizsäcker ribadisce in più occasioni che questo tipo di lezioni non hanno l’obiettivo principale di chiarire nozioni generali che gli studenti potrebbero apprendere dai manuali di studio; si propongono, piuttosto, di aggiungere alla loro formazione qualcosa che si mostra e si rende visibile solo nella contingenza dell’incontro e della comunicazione tra medico e paziente e, cioè, come scrive Masullo, «la singolare individualità di ogni soggetto vivente e uomo»18, di ciascuna singola esperienza biografica. Essa «diviene» all’interno della costruzione delle relazioni e, all’interno della relazione tra medico e paziente, si definisce nel costante «gioco di salute e malattia, felicità e dolore»19. Aspetti come «le idee e i sentimenti dei malati» o le loro teorie sull’origine e sulla guarigione della malattia possono essere «viste», secondo Weizsäcker, solo nel singolo malato e i futuri medici devono abituarsi ad «assorbirle»20, a farle proprie. Per questo motivo, lezioni del genere non riguardano tanto il sapere, la conoscenza, ma investono un aspetto a suo avviso decisivo in medicina: e cioè l’atteggiamento umano del medico. «Come medici», osserva Weizsäcker proprio nell’introduzione aFälle und Probleme, «dobbiamo essere umani e questo non è affatto scontato»; anzi, a suo avviso, il «naufragio dell’umanità»21costituisce un pericolo costante a cui è esposto tanto il medico, quanto la medicina stessa, dal momento in cui assume acriticamente ed esclusivamente il dispositivo oggettivamente delle scienze naturali. Di fronte al rischio concreto che le cliniche assomiglino sempre più a delle fabbriche e i medici diventino un ingranaggio di un più vasto apparato tecno-burocratico, secondo Weizsäcker è necessario, quanto urgente, intervenire sulla formazione dei futuri medici. Ai quali va insegnato che la medicina non è solo una scienza, ma è innanzitutto una delle fondamentali forme della relazionalità umana22.
In questa necessità, più volte ribadita dal medico e filosofo di Stoccarda, Masullo coglie l’espressione di un profondo timore di Weizsäcker: quello per cui la combinazione tra «gli effetti delle ideologie cospiranti all’oggettivazione del corpo e quelli delle ideologie che cercano l’oggettivazione dell’uomo nell’oggettivazione sociale» rischia di far sì che la «pratica medica», da «fondamentale relazione intersoggettiva», da “luogo” per eccellenza in cui tale relazione si radica, diventi invece «il luogo della reale alienazione degli uomini che vi sono coinvolti»23. Si tratta, però, osserva giustamente Masullo in alcune dense pagine del suo volumePatosofia, di un timore che è nel contempo una denuncia dei processi di alienante disumanizzazione che, secondo Weizsäcker, investono l’intera sfera della relazione sociale umana, delineando la fisionomia di «un mondosocialeavviato a diventare, paradossalmente, un mondosenza soggetti»24.
Riportare al centro dell’azione e della formazione medica l’incontro tra medico e paziente, significa, allora, per Weizsäcker, non solo portare in primo piano l’esperienza dell’effettualità singolare e irripetibile del malato, il suo valore vitale, ma guardare alla conoscenza medica come al fondamento di un modo particolare di comprendere e conoscere non qualcosa, ma qualcuno.
- Per una ricostruzione del profilo di questo neurofisiologo tedesco e del contributo che ha dato in ambito medico e filosofico, si vedano innanzitutto P. A. Masullo,Patosofia. L’antropologia relazionale di Viktor von Weizsäcker, Guerini e Associati, Milano, 1992. Segnaliamo inoltre: P. Hahn, W. Jakob (hrsg. v.),Viktor von Weizsäcker zum 100. Geburtstag, Springer, Berlin, 1987; V. Rasini,Teorie della realtà organica. Helmuth Plessner e Viktor von Weizsäcker, Sigem, Modena, 2002; U. Benzenhöfer,Der Arztphilosoph Viktor von Weizsäcker, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen, 2007; O. Tolone,Alle origini dell’antropologia medica. Il pensiero di Viktor von Weizsäcker, Carocci, Roma, 2016.
- Oltre a numerosi saggi e alla già citata monografiaPatosofia, Masullo ha dedicato a Weizsäcker anche parte del volumeL’intersoggettività della persona. Husserl, Scheler, Guardini, Weizsäcker, Loffredo, Napoli, 1999. A Masullo, inoltre, si deve la traduzione italiana della principale opera di Weizsäcker,Der Gestaltkreis(1940): V. von Weizsäcker,La struttura ciclomorfa. Teoria dell’unità di percezione e movimento, ESI, Napoli, 1995; e del saggioSeelenbehandlung und Seelenführungnach ihren biologischen und metaphysischen Grundlagen betrachtet (1926): V. v. Weizsäcker,Biologia e metafisica. Istruzioni per la condotta umana, Edizioni 10/17, Salerno, 1987.
- Cfr. T. Henkelmann,Prefazione, in V. von Weizsäcker,Filosofia della medicina, a cura di T. Henkelmann, Guerini e Associati, Milano, 1990, p. 46.
- P. A. Masullo,Patosofia. L’antropologia relazione di Viktor von Weizsäcker, cit., p. 97.
- Weizsäcker suddivide la sua medicina antropologica in tre gradi: «Il primo grado è la psicoanalisi; il secondo la medicina psicosomatica; il terzo lo chiamo, nolente o volente, antropologico. E quest’ultimo abbraccia anche i due precedenti, per quanto un futuro, per così dire, presente può abbracciare un passato storico. La cosa evidente è che si tratta di una via sulla quale si devono salire i gradi l’uno dopo l’altro e non si può saltarne nessuno», V. von Weizsäcker,Questioni fondamentali di antropologia medica, a cura di M. Anzalone, ETS, Pisa, 2017, p. 25.
- È questo, per Weizsäcker, «il divisivo grido di battaglia della medicina contemporanea: come medici si deve curare “tutto l’uomo”», V. von Weizsäcker,Antropologia medica, inQuestioni fondamentali di antropologia medica, cit., p. 64.
- Cfr. P. A. Masullo,Viktor von Weizsäcker e l’introduzione del soggetto nella biologia, in V. von Weizsäcker,La struttura ciclomorfa, cit., pp. XI e ss.
- Le sue riflessioni si inquadrano in un vasto dibattito che attraversò, a partire dagli anni Venti del Novecento, gli ambienti medici tedeschi relativamente allo statuto epistemologico e alle finalità della medicina moderna. A riguardo, si veda almeno: G. Aly, Ch. Pross (hrsg. v.),Der Wert des Menschen: Medizin in Deutschland 1918-1945, Hentrich, Berlin, 1989, in particolare pp. 26 e ss.; M. Dinges (hrsg. v.),Medizinkritische Bewegungen im Deutschen Reich (ca. 1870-ca. 1933), Franz Steiner, Stuttgart, 1996, pp. 39 e ss.
- V. von Weizsäcker,Il medico e il malato, in Id.,Filosofia della medicina, cit., p. 89.
- Ibidem.
- Weizsäcker ebbe modo di conoscere personalmente Max Scheler, come testimonia lui stesso nel resoconto dei loro incontri e colloqui offerto in V. von Weizsacker,Natur und Geist, in Id.,Gesammelte Schriften, hrsg. v. P. Achilles, D. Janz, M. Schrenk, C.F. von Weizsäcker, Bd. 1, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1986, pp. 29 e ss. Sul rapporto tra Weizsäcker e Scheler, cfr. almeno W. Kütemeyer,Viktor von Weizsäcker zum Gedächtnis, in V. von Weizsäcker, D. Wyss,Zwischen Medizin und Philosophie, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen, 1957, pp. 12 e ss.
- V. von Weizsäcker,Fälle und Probleme. Klinische Vorstellungen, in Id.,Gesammelte Schriften, cit., Bd. 9, p. 15.
- Cfr. V. von Weizsäcker,Il medico e il malato, cit., p. 95.
- V. von Weizsäcker,Fälle und Probleme, cit.
- V. von Weizsäcker,Krankengeschichte, in Id.,Gesammelte Schriften, cit., Bd. 5, p. 58.
- Ibidem.
- V. von Weizsäcker,Natur und Geist, cit., p. 186.
- P. A. Masullo,Patosofia. L’antropologia relazione di Viktor von Weizsäcker, cit., p. 73.
- Ibidem.
- V. von Weizsäcker,Fälle und Probleme, cit., p. 23.
- Ivi, p. 19.
- Cfr.Ibidem.
- P. A. Masullo,Patosofia. L’antropologia relazione di Viktor von Weizsäcker, cit., pp. 101 e 102.
- Ivi, p. 102.
