Un ricordo del maestro e degli anni di dottorato con Paolo Augusto Masullo: l’alterità come principio, il post-umano come «vivente pluricentrico eteroriferito», e la critica di Masullo a trans-umanesimo e iper-umanesimo in nome di un pensiero che resta radicato nel corpo e nel sentire.

Su mille dorsi ora danza,
Dorsi ondosi, ondose malizie
Salute a chi crea danze nuove!

F. Nietzsche

Ci sono assenze che non si colmano, languori che non si soddisfano etensioni versoche, seppure dolorose, ci tengono al mondo. Questo tendere verso, cifra distintiva della persona e del filosofo Paolo Augusto Masullo, è stato alla base della relazione antropologica, didattica ed epistemologica che il Professore ha inteso costruire con l’altro da sé, con la sua nutrita scuola di allieve e allievi e con il mondo. Un approccio all’alterità mai preconcetto, istintivamente curioso e contraddistinto dall’attenzione verso il nuovo e l’inedito, la passione per la scoperta e, soprattutto, per il dialogo. Dialogo che per Masullo non è mai stato accessorio, ma elemento fondamentale e fondante dell’essere umano. La vita dell’essere umano, per Paolo Masullo, non poteva che essere una coreografia a più corpi, a più voci.

Lo sforzo che oggi proverò a fare è quello di continuare a dialogare con il professor Masullo, attraverso le sue parole, i suoi insegnamenti e, più in generale, il suosapereche, come avrebbe sicuramente sottolineato, è sempre e prima di tutto unsentire.

Un sentire che, a sua volta, implica, inevitabilmente, la presenza di qualcosa o di qualcuno diverso da sé, un’alterità, che si colloca alla base anche della conoscenza che ho di me stessa.

Da qui anche il titolo del mio intervento,In principio era l’alterità. In dialogo con Paolo Augusto Masullo per una filosofia della relazione. Un titolo che prova a tenere insieme, da un lato, la vicenda biografica e intellettuale del professore e, dall’altro, raccontarlo come maestro in relazione alle centinaia di studenti che nel corso degli anni ha incontrato. Masullo è stato ed è un architrave dell’Università degli Studi della Basilicata, dove ha insegnato per vent’anni e dove, per due mandati, è stato Direttore di Dipartimento, senza mai risparmiarsi, donandosi totalmente e generosamente alle sue allieve e ai suoi allievi. Gli ultimi anni del suo mandato sono stati sicuramente i più faticosi, perché iniziava a manifestare insofferenza nei confronti di quelle “carte” e di quella burocrazia che lo allontanavano dalle più rumorose aule, in cui il professore amava intrattenersi. Ricordava spesso che la parte più bella dell’insegnamento era la relazione con gli studenti, nei cui confronti non si poneva mai in modo cattedratico, ma sempre come interlocutore attento e sinceramente interessato all’altro, all’ascolto, soprattutto di quei pensieri che non erano simili ai suoi.

Ed è proprio così che si è iniziata anche la nostra collaborazione. Prima di ottenere la borsa di Dottorato a Potenza, con tutor Paolo Masullo, provenivo da studi di filosofia della scienza e di bioetica. Ricordo vividamente che, durante le nostre fitte e animate conversazioni, gli raccontavo, pezzo dopo pezzo, il mondo di regole, proposizioni e perimetri stretti in cui mi ero cacciata e lui, con iper-umana pazienza, smontava e rimontava, anche questa volta pezzo dopo pezzo, ogni mia singola asserzione, rivelando una totale e spassionata disponibilità al dialogo.

Inizia così un lungo e avvincente percorso dialettico e, giorno dopo giorno, lettura dopo lettura, il prof. Masullo comincia letteralmente a iniettare sangue,pathos, in quella filosofia iper-cerebrale che avevo sino ad allora coltivato.

Ecco, credo che questi ricordi aiutino a restituire l’immagine di un uomo in cui vita e pensiero coincidevano. Non predicava mapraticavauna filosofia della relazione. E questo ha fatto di lui un esempio perfetto di estetica dell’esistenza, ossia di quella filosofia che è cura, esercizio ed educazione sentimentale prima ancora che parola,logose insegnamento.

In questo mio breve intervento proverò a dialogare soprattutto con gli ultimi esiti del suo pensiero e della sua produzione, rifacendomi ad alcuni dei suoi ultimi contributi, in cui emergono con nettezza quei convincimenti che hanno sempre caratterizzato e orientato il suo pensiero ma che, proprio nell’ultimo periodo, sono divenuti più cogenti.

Il perimetro antropologico entro cui Masullo ha collocato i suoi studi sul vivente è indubbiamente quello del Post-umano, di cui è stato fermo ma accorto sostenitore. Fermo sostenitore nella misura in cui ha considerato, come adesso proverò a spiegare più nel dettaglio, quella del post-umano non come una possibile interpretazione bensì come una condizione o, più propriamente, unfatto.

Ed è stato accorto sostenitore perché, soprattutto nei suoi ultimi lavori, Masullo ha rilevato alcuni possibili rischi connessi a una certa forma di algoritmizzazione del vivente.

Ma procediamo con ordine. Dicevamo che Masullo riteneva quella del post-umano non un’interpretazione, bensì una condizione, tanto che proprio inPosthuman, del 2017, volume da lui curato insieme a M. Maldonato — definisce il post-umano come un fatto irriducibile che deriva dalla dissoluzione del tradizionale e umanistico paradigma antropocentrico a favore di un nuovo paradigma antropo-decentrato.Diventare(verbo, azione che nietzscheanamente Masullo ha sempre preferito e sostituito al parmenideo “essere”) post-umani significa «accettare d’essere — unviv-entepluricentrico eteroriferito, in grado, cioè capace, di “fare i conti” conogni alterità, con le sempre più moltiplicantisi “forze del fuori”: dunque diventare davvero “ultra-umano”, cioè “oltre-che-umano”, ovvero, solo in questo senso, “post-umano”»1.

E ancora, in un lavoro pubblicato nel 2020, Masullo scrive:

Perduta la separatezza dalla natura e scopertosi “debitore” dell’intero mondo naturale da cui ha ricevuto per “imitazione evolutiva” (sia genetica che epigenetica) e per processi exaptativi, una cascata di caratteri eteroriferibili e selezionati per ibridazioni successive, sia dapprima sul piano bio-evolutivo e successivamente anche su quello culturale, il paradigma di un Umanesimo fondato su di un antropocentrismo autoreferenziale e separativo, vede crollare i suoi capisaldi di unicentricità e autoreferenzialità e si “diluisce” nel complessivo processo dei caratteri casualmente acquisiti perselezione e variazione, emerso lungo il pericoloso cammino di una “storia profonda”, tra innumerevoli attraversamenti disoglieevolutive, secondo uno schemabottom upche rimpiazza il modellotop downadottato per il paradigma umanistico antropocentrico: il risultato è che ora l’uomo può essere rappresentato e considerato come un essere multicentrico, necessariamente antropodecentrato e costitutivamente eteroriferito, frutto ibrido (come gli “altri” innumerevoli ibridi frutti) del suo commercio incessante con quel mondo-natura cui è coessenziale.

[…] Oggi, dunque, per questo aspetto, siamo tutti già entrati nelpostumanesimo, siamo già tutti postumani: l’uomo è, insomma, un “vivente pluricentrico eteroriferito” che dovrebbe aver definitivamente abbandonato la pretesa ontologica di un antropocentrismo come fondamento epistemologico ed, all’inverso, la pretesa epistemologica di un antropocentrismo ontologico2.

Diventare un vivente pluricentrico eteroriferito significa, cioè, accettare che il vivente, l’essere umano, sia intrinsecamente in-essenziale e definito solo a partire dalle referenze (altrimenti chiamatepartnero alterità o predicati) a cui si relaziona. E l’essere umano non può non farlo, non può scegliere di non relazionarsi, ma, e questa è la sfida teorica, esiste solo in virtù delle relazioni che stabilisce. Relazioni il cuimediumè il corpo e, più originariamente, ilpathos.

L’essere umano non si definisce più a partire da un nucleo essenziale, sostanziale e separato dagli altri enti, ma a partire proprio dalla sua ospitalità, dai suoi momenti ibridativi e dai partner che è in grado di accogliere, che divengono, poi, i suoi predicati. E il corpo si configura proprio come luogo di accoglienza per antonomasia.

L’alterità si incista nel nostro Sé e l’identità di ciascun altro non è se non la coalescenza di tutte le referenze esterne. Ilposthumansupera la tradizionale concezione dell’essere umano fondatoiuxta propria principia.

Roberto Marchesini, che è uno dei maggiori interlocutori di Masullo, ha scritto, a questo proposito, «L’antropo-poiesi è un atto di ibridazione, è cioè una liturgia di ospitalità, nel doppio senso di ospitare l’alterità, ossia di lasciarsi contaminare dall’alterità, e di farsi ospitare dall’alterità, ossia di eccentrarsi su una prospettiva differente»3.

La filosofiapost-humannon supera né squalifica l’essere umano, ma lo decentra, espandendone i confini, moltiplicando le relazioni e le connessioni, a favore di una visione inclusiva dell’alterità, organica o inorganica che sia.

IlPost-humanè fondato e fonda una sorta di “xeno-ontologia”4, ossia un’ontologia definita al suo interno dall’alterità ed è a partire da questa ibridazione originaria che prende forma e si sviluppa lasoggettività postumana.

Il nuovo protagonismo attribuito alla soggettività piuttosto che al soggetto non è l’esito di una mera velleità linguistica, bensì il segno di un avvenuto mutamento nella considerazione dell’umano. La soggettività, infatti, si riferisce a un processo di produzione di singolarità inclusivo, caratterizzato da una genesi partecipata eintenzionalmenteaperta al mondo.

Ora, se, da un lato, Masullo aderisce pienamente al paradigma del post-umano, quasi come se fosse la mera presa d’atto di un fatto accaduto e in-divenire, manifesta invece perplessità nei confronti di alcuni possibili esiti legati agli sviluppi del post-umano, ossia quelli relativi altrans-umanoe all’iper-umano.

Si tratta di due possibili sviluppi del post-umano resi quantomeno concepibili dalla sempre più organica infiltrazione delle biotecnologie nelle nostre vite. Non vi è dubbio sul fatto che la tecnica rappresenti uno dei più diffusi e impattanti predicati dell’umano: non già un mero accessorio, uno strumento o una stampella, bensì uno di queipartnerattraverso cui l’essere umano si definisce e realizza la propria “natura”, che poi coincide con la cultura.

Dunque, in quest’ottica, nessun sospetto verso la tecnica e le tecnologie, quali peculiari espressioni dell’umano. Il problema invece sorge allorché gli esiti delle tecnoscienze a una antropologia che, da un lato, supera l’umanesimo tradizionale, ma dall’altro resta ancorata all’idea che il corpo sia qualcosa di scisso (o scindibile) e separato rispetto al pensiero.

In particolare, secondo la lettura di Masullo, l’obiettivo del transumanesimo sarebbe quello di liberarsi della zavorra bioevolutiva del corpo, considerato quale mero involucro del più nobile pensiero. In questa ottica, la specie umana, così come oggi la conosciamo, sarà superata da una sorta di algoritmo definitivo, ottenuto attraverso un processo dimind uploading, che consiste nel trasferire delle funzioni cerebrali su un supporto informatico. Altro concetto spesso evocato dai cosiddetti transumanisti è quello di “singolarità” da intendersi come momento culminate dello sviluppo dell’intelligenza artificiale che supererà, oltrepasserà la comprensione umana e, insieme ad essa, tutta la specie.

È invece propria dell’iperumanesimo l’idea che gli innesti bio-tecnologici nel corpo del vivente saranno sempre più numerosi e invasivi al punto da potenziare le prestazioni dell’umano fino a renderlo un iperumano, scrive Masullo un “bio-tecno-info-piteco”.

Ora il punto è che tanto il pensiero transumanista quanto quello iperumanista risultano essere accomunati dal medesimo vizio teorico. Un “vizio” che affonda le sue radici proprio nella modernità e, precisamente, in Cartesio, ritenuto il padre di questa modernità.

Questo peccato originale si identifica nella separazione tra corpo e anima, tra la macchina del corpo e l’eterea purezza del pensiero, come se fosse concepibile un pensiero, un’intelligenza direbbero trans- e iper-umanisti, sganciata, disincarnata, vergine. Ecco, questo pensiero, questocogito(poi divenuto Io, ragione, soggetto, mente), che sfugge al riduzionismo macchinico, come alcunché di separato è, secondo Masullo, “il sigillo ineliminabile della matrice antropocentrica”.

Nell’ottica iper e transumanista questo cogito separato dal corpo-zavorra, con tutti i limiti del biologico, è pura computazione, limpida e cristallina, priva di sangue, dipathose dunque di imprevedibili alterazioni. E il pericolo che denuncia Masullo è che questo tipo di immagine, fallace, della mente possa diventare attrattiva al punto da far risultare la macchina-uomo, ossia il robot dalle fattezze umane, addirittura più appetibile dell’uomo-macchina dell’età moderna. Il tendere sempre più alla macchina-uomo è considerato un pericolo da Masullo nella misura in cui mira a scotomizzare, a neutralizzare l’affettività dell’umano, che non può che essere intrinsecamente legata al corpo. La macchina non sente, e nel momento in cui non sente, non può né dare senso al proprio esistere né creare valore né, e qui Masullo alza la posta, pensare. Un pensiero senzapaticonon produce intelligenza ma computazione, calcolo. E in questo le macchine sono insuperabilmente migliori di noi.

Queste perplessità che solleva Masullo rispetto all’odierno orientamento delle tecnoscienze non sono il segno di un pensiero che, in modo retrivo, vuole resistere all’inesorabile cambiamento o al cosiddetto “progresso tecnologico”. Al contrario, Masullo ha sempre creduto nella potenza della tecnica e nel continuo oltrepassamento di sé stesso da parte dell’essere umano, ma solo quando questi sono volti al potenziamento delsentireumano, non alla sua mortificazione. L’oltre-umano non può che potenziare la sua affettività, che è poi l’unica dimensione generatrice di senso. L’essere umano che supera sé stesso rinunciando alla propria affettività, cioè alla sua possibilità di relazione con il mondo, ha perso la partita.

E in queste affermazioni non si può non sentire l’eco di quello che forse è stato il più grande maestro di Masullo: Friedrich Nietzsche.

Ma leggiamo ancora una volta le parole di Masullo rispetto al tipo di superamento propugnato da iper e transumanisti:

Non più, dunque, il sogno nietzscheano della maturazione dell’umano verso un grado superiore delle forze del “sentire” e dunque dell’affettività del sé, rappresentata dall’idea-immagine dell’oltreuomosuperumano; non più unsuperamentodell’uomo, inteso come “anti-nichilistico raggiungimento di una nuova e più elevata soglia disensodell’esistere; non più il riconoscimento dell’affettività come condizione di possibilità espressiva della vita e origine del pensiero; al contrario, l’idea imperante è quella di una definitiva eliminazione delle cause della “limitazione” umana — gli affetti, “il sentire” — per spingere l’uomo verso la mera e automatica, immobile e perfetta attività calcolante, unlogosdivino-informatico — peraltro espropriato ai molti e detenuto dai pochi (il potere economico tecno-scientifico dell’impero del liberismo capitalistico) il quale minaccia di finire per “ingoiare” anche quegli stessi pochi (…) — come strumento di riduzione delTuttoa un cieco, ed estraneo all’umano, “algoritmo definitivo”5.

In questo denso passo si rinvengono, a mio avviso, alcune delle conclusioni più rilevanti della ricerca di Masullo come l’interpretazione di Nietzsche in chiave rigorosamente anti-nichilista. L’oltreuomo di cui parla Nietzsche, nella lettura di Masullo, è un essere umano che potenzia e aumenta la soglia di senso dell’esistere, non un umano votato al superamento nichilistico e dunque distruttivo di sé. Altro approdo fondante e fondamentale del pensiero di Masullo coincide con l’affermazione dell’affettività quale origine del pensiero.

Credo di poter asserire che Paolo Augusto Masullo sia stato, in Italia, uno dei primi e più convinti studiosi e teorici di questa primazia del sentimento, ossia della relazione, sul pensiero. E negli ultimi anni le sue ricerche hanno trovato sempre più conforto anche in altri campi disciplinari. Esemplare ed esemplificativa è la lettura del libro di Antonio DamasioLo strano ordine delle cose, in cui il neuroscienziato sembra portare a compimento quel processo principiato con il testoL’errore di Cartesioteso a restituire all’emozione una peculiare “centralità cerebrale”, se non addirittura una capacità di significazione dell’essere.

La comparsa dei sentimenti — scrive Damasio — è comunque avvenuta molto prima che entrassero in scena gli esseri umani. Non tutte le creature hanno sentimenti, ma tutte le creature viventi sono dotate dei dispositivi di regolazione che funsero da precursori dei sentimenti. […] I sentimenti accompagnano il dispiegarsi della vita nel nostro organismo; non importa che cosa percepiamo o impariamo, che cosa ricordiamo e immaginiamo, che cosa è frutto di ragionamento e di giudizio, o che cosa decidiamo, progettiamo o creiamo con la mente. Considerare i sentimenti come se fossero visitatori occasionali della mente o il mero prodotto delle tipiche emozioni non rende giustizia all’ubiquità e all’importanza funzionale di questo fenomeno.

Quasi ogni immagine di quel gran corteo cui diamo il nome di mente, da quando l’elemento entra sotto il riflettore mentale dell’attenzione a quando ne esce, ha un sentimento accanto a sé. […] L’assenza completa di sentimenti significherebbe una sospensione dell’essere6.

L’essere si dà, quindi, in quanto esseresentimentale, ossia in quantoessere in relazione. I sentimenti hanno dunque percorso un tortuoso cammino fino a “insediarsi” in quel nobile fortino — un tempo ritenuto inespugnabile — costituito dalla mente. Da sempre considerati alla stregua diimpedimenti e ostacolirispetto al lineare e incolore fluire del ragionamento, i sentimenti, oggi, sono protagonisti di un riscatto, se non di un processo di “affrancamento” dal giudizio peggiorativo che li ha accompagnati, fino a porsi qualefibra del pensiero. Un percorso di affrancamento che, personalmente, devo totalmente alla passione del pensiero di Paolo Augusto Masullo, che mi ha insegnato che ilcogitoè

radicalmente immerso nelsentire‘sensibile’; è quellaragione affettiva, promotrice e ordinatrice di — originari e specifici della vita — affetti, passioni e sentimenti, per cui «ogni passione ha una parte di ragione» e «la ragione stessa è uno stato di relazione tra diverse passioni e desideri»7la quale, proprio in nome di quelsentireci rendepersoneagenti, soggetti di decisione, amanti, de-sideranti, consapevoli ‘soggettività erotiche’8.

Sembra un fatale scherzo del destino, ma oggi quello che permane del maestro e del filosofo Paolo Augusto Masullo, oltre ai suoifondamentaliinsegnamenti, è esattamente quel languore, quel de-siderio, ossia quella mancanza di astri su cui egli ha costruito vita e pensiero.


  1. P. A. Masullo,L’umano in transito. Saggio di antropologia filosofica, Edizioni di Pagina, Bari, 2008, p. 41.
  2. P. A. Masullo,Il futuro dell’umano: post, iper, trans. Dall’“uomo/macchina” alla “macchina/uomo”in D. Calabrò, D. Giugliano, R. Peluso, A.P. Ruoppo, L. Scafoglio (a cura di),Humanity. Tra paradigmi perduti e nuove traiettorie, V. I, InSchibboleth edizioni, Roma, 2020, pp. 183, 184.
  3. R. Marchesini,Contro la purezza essenzialistica, verso nuovi modelli di esistenza, in M. Pireddu, A. Tursi (a cura di),Post-umano. Relazioni tra uomo e tecnologia nella società delle reti, Guerini e Associati, Milano, 2006, p. 37.
  4. Ivi, p. 39.
  5. P. A. Masullo,Il futuro dell’umano, cit., pp. 190-191.
  6. A. Damasio,Lo strano ordine delle cose, Adelphi, Milano, 2018, pp. 40, 118, 119.
  7. F. Nietzsche,Frammenti postumi 1887-1888, tr. it. di S. Giametta, inOpere di Friedrich Nietzsche, a cura di G. Colli e M. Montinari, vol. VIII, t. II, Adelphi, Milano, 1971, fr. 11 [310], p. 336.
  8. P. A. Masullo,Il futuro dell’umano, cit., p. 194.

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