Michele Mezza e Gigi Spina attraversano la storia della lettura e della scrittura — da Nietzsche a ChatGPT, dagli scribi romani ai bot generativi — per mostrare come le protesi digitali stiano integrando i nostri sensi, e condannandoci a essere intelligenti.

Le protesi digitali integrano i sensi e ci condannano ad essere intelligenti. Con Gigi Spina.

Le nuove forme antropologiche delle due attività che segnano la nostra specie — lettura e scrittura — ormai non sono più funzioni individuali e psicologiche, ma attività industriali, basate sull’integrazione dei nostri sensi con protesi tecnologiche, che connettono pensieri ed emozioni alla gamma dei contenuti della rete.

Leggere e scrivere in movimento

Friedrich Nietzsche riferendosi alla sua Malling-Hansen Writing Ball, la monumentale macchina da scrivere acquistata nel 1881, avrebbe commentato: «i nostri strumenti di scrittura stanno lavorando anche sui nostri pensieri»1.

Intendeva che si stava definitivamente consumando quella lunga stagione dell’evoluzione umana in cui i pensieri, tramite la scrittura manuale, portavano l’uomo ad essere nel mondo attraverso una scrittura che interrogava costantemente ogni senso (udito, vista, intelletto e tatto) nell’azione di comporre le parole su carta, mentre la battitura dei tasti meccanici è limitato a solo mezzo di comunicazione e non più di percezione.

Martin Heidegger nel corso su Parmenide tenuto a Friburgo nel semestre invernale 1942/43 diceva: «la macchina da scrivere strappa la scrittura all’ambito essenziale della mano»2. Oggi potremmo dire che gli agenti intelligenti “strappano” le forme della creazione e condizione dei testi dai sensi dell’umano.

Un salto che i due testimoni — Nietzsche e Heidegger — che abbiamo richiamato misurano, mettendo in luce il trauma prodotto da questa trasformazione e ne prefigurano le ripercussioni nell’accelerazione nel sistema di relazione della verticale base/vertice della catena intellettuale.

La meccanizzazione della comunicazione che si avrà poi con l’integrazione fra macchina da scrivere e broadcasting radiofonico renderà più spedita l’affermazione di quella prima ondata di plebiscitarismo reazionario che accompagnerà l’affermazione dei fascismi europei aprendo la strada alla Seconda guerra mondiale.

Un salto, quello evocato, che si compie nel passaggio dal XIX al XX secolo, che ci appare come prodromo di quanto sta accadendo oggi, con la sovrapposizione di memorie e intelligenze artificiali, ai nostri sensi intellettuali: si trasformano le funzioni del leggere e dello scrivere mediante convivenza, potremmo dire, con codici algoritmici.

Le forme, ancora di più di ieri, condizionano matrice e vocabolario della cosa da elaborare. Il come elaborare diventa matrice e vocabolario della cosa elaborare.

Ma più ancora, emerge la potenza di riproduzione, sia sensoriale che materiale, dei contenuti da parte di macchine algoritmiche che predigeriscono quantità industriali di contenuti, rendendocene la sintesi da utilizzare. Una servo-assistenza che tende ormai a sostituire le funzioni fisiologiche del leggere e dello scrivere, modificandone ritmo e capacità. Siamo in presenza di un leggere e scrivere aumentati che ridisegnano i percorsi di acquisizione, metabolizzazione e trasmissione dei contenuti.

Un processo che venne intuito già nei lontanissimi anni Sessanta da quello sciamano della comunicazione che fu Marshall McLuhan, che rivelò come venissero riclassificate le nostre funzioni collaudate dall’evoluzione millenaria: «dopo l’avvento dell’energia elettrica il nostro sistema nervoso centrale viene tecnologicamente esteso fino a connetterci con tutta l’umanità. Con una repentina implosione concentrica il mondo è stato ridotto ad un villaggio in cui non è possibile ignorare le minoranze. L’era elettrica è caratterizzata dall’aspirazione alla totalità nella consapevolezza in profondità: se l’era meccanica che ci ha preceduti ha espresso la forte asserzione di opinioni personali, la nostra epoca esprime la ribellione contro gli schemi imposti»3.

Oggi possiamo constatare come, in una sorta di relatività mediatica, si comprimano le relazioni spazio-temporali dell’intero ciclo cognitivo: si legge e si scrive più velocemente, con un continuo scambio di istruzioni o comunicazioni lungo la nuova scala sociale determinata dall’abilitazione ai codici digitali.

Si stressano i tempi per l’utilizzo di un testo, che viene sempre più velocemente “ruminato” dalla rete, rimodulato da infiniti contributi e correzioni, incalzato e superato da una permanente pressione dell’attualità, in maniera tale da renderlo storia quando non è stato ancora cronaca, e per essere, quindi, subito dopo la sua apparizione, depositato nei nuovi forzieri della catalogazione e archiviazione.

Con la frenetica moltiplicazione della produzione simultanea, che appunto crea una nuova asimmetria fra un avvolgente presente che schiaccia alle nostre spalle un insondabile passato o lontano, in un orizzonte sempre più ignoto, un futuro mitologico, si drammatizza l’ansia di afferrare quanto ci sta pullulando attorno di novità cognitive che dobbiamo in qualche modo afferrare, padroneggiare, conoscere.

Si afferma così una nuova forma di lettura, e una relativa procedura di scrittura, di tipo industriale, artificiale, mediata da sistemi digitali che scannerizzano e scansionano testi o file multimediali per estrarne senso da proporre poi come architetture di ulteriori elaborazioni.

Una tecnicalità che interferisce con il nostro pensiero, come aveva preconizzato Nietzsche, riformulando i flussi di contenuti, resi, per esigenze funzionali, più essenziali, corredati da immancabiliabstractoconceptche ne sintetizzano il senso rendendoli maneggevoli e fruibili nei tempi sempre più stressati.

Sullo sfondo di queste tecniche di composizione, vere e proprie procedure di nuove artigianalità digitali dell’apprendimento, scorgiamo i contorni di un nuovo patto sociale che, nella società della conoscenza, deve sostenere un adeguato assetto della democrazia in cui equilibrare il potere di chi può autoprogrammare gli accessi ai testi e chi invece si trova sulla soglia di ricapitolazioni automatiche.

Il destino di essere intelligenti

Ancora il Martin Heidegger delle lezioni di Friburgo del 1942/43: «Non è l’uomo che ha le mani, è invece la mano che custodisce in sé l’essenza dell’uomo, poiché la parola, in quanto ambito essenziale della mano, è il fondamento essenziale dell’uomo»4.

In Heidegger, come commenta Tim Ingold «il linguaggio sottende la mano e la mano sottende l’umano. Grazie al linguaggio, e per via della mano, il mondo si apre all’essere umano in un modo che è precluso all’animale»5.

Un primato, questo dell’umano sulla natura, che oggi ci appare meno scontato sulla base di una riclassificazione proprio di queste categorie: linguaggio, parola, scrittura, lettura.

Infatti, se seguiamo la pista logica che traccia Heidegger, ci troviamo inevitabilmente a dover constatare che scrittura e lettura, nella forma e interpretazione che hanno contrassegnato l’avventura umana fino ad oggi, sono le chiavi del precedente regime sociale, contrassegnato nel secolo scorso dal signoraggio della nostra specie nella biosfera.

Un primato esercitabile solo, questo è il nodo da sciogliere, dalle due attività principali del nostro cervello, mediate — ci dice ancora Heidegger — dalla mano intesa come prolungamento del cervello.

Si sarebbe umani, dunque, soltanto se la parola viene tradotta e rimodulata manualmente in scrittura e altrettanto artigianalmente viene poi decifrata nella lettura, individuale.

Una conclusione che ci porta oggi, dopo almeno cinque decenni di transizione digitale, a dover riconsiderare la linearità di questa visione su cui poggia la sacrale distinzione fra umano ed artificiale che fa da recinto e protezione rispetto a quel pullulare di funzioni e protesi tecnologiche che stanno assediando la nostra identità “autentica”, avrebbe precisato Heidegger.

L’avvento di sistemi di intelligenza artificiale conversazionali — come ChatGPT, che troviamo su WhatsApp, oppure Gemini, disponibile su Google, oppure l’equivalente tecnologia di Meta per Facebook, per citare solo le più note nella miriade di altre soluzioni disponibili, con la loro maneggevolezza istantanea in movimento — ripropone una centralità della relazione mano/cervello, in una chiave del tutto diversa da quella vagheggiata dal filosofo diEssere e tempo.

Un ribaltamento che, come vedremo, poggia non solo nella constatazione di una trasformazione organica dell’insieme dell’universo relazionale umano, ma, cosa ancora più radicale ed estrema, nel recupero di una memoria genetica dello scrivere e del leggere che ci appare non più costitutivamente mediata dalla relazione duale mano/cervello ma da una multifattorialità che ritroviamo nella matrice storica della nostra cultura quale il passaggio semantico greco/latino che già conteneva i germi di un’annunciata rivoluzione antropologica.

La lettura ipertestuale degli antichi

Cambia proprio la postura fisica delle attività intellettuali, la propensione dell’essere umano a distinguere tra pensiero e azione. Ci troviamo alle prese con un nuovo e sconosciuto sistema utente che ci consente di elaborare, assimilare e trasmettere i contenuti con una modalità in cui, dobbiamo riconoscere, l’artificiale prevale e orienta il naturale.

Proprio la tradizione più antica, ancora fresca di trauma nel passaggio dalla tradizione orale alle prime esperienze di scrittura, ci dice che ogni linguaggio è in qualche modo un trasloco, un’interpretazione comunicativa. I latini traducevano il termine grecohermenéiaconinterpretatio, ma se non recuperiamo il concetto di trasloco etimologico di entrambi i termini, con la metafora che li origina, rischiamo di sovrapporre significati moderni a una creazione molto densa e ricca.

Partiamo proprio dalPerì hermenèiasdi Aristotele, che ha a che fare con il linguaggio e il suo funzionamento, non con la moderna ‘interpretazione’, cioè la spiegazione, l’analisi ‘interpretativa’ del testo. Scrive Aristotele, nella traduzione innovativa di Franco Lo Piparo, che porta alla luce con linguaggio moderno, i dati di fondo della riflessione aristotelica:

Le articolazioni della voce umana e le operazioni logico-cognitive dell’anima umana sono tra loro differenti e complementari come lo sono le articolazioni scritte e quelle della voce. Come le unità minime con cui e in cui la scrittura si articola non sono lo stesse per tutti gli uomini, non lo sono nemmeno le unità minime con cui e in cui la voce linguistica si articola. E invece sono le stesse per tutti gli uomini le operazioni logico-cognitive di cui unità grafiche e vocali sono i naturali segni fisiognomici e sono anche gli stessi per tutti gli uomini i fatti con cui le operazioni logico-cognitive dell’anima umana sono in relazione di similarità (De int.1, 16 a 3-8)6.

Il linguaggio, insomma, recepisce e trasforma con i suoi peculiari strumenti, opera un trasloco di qualcosa che altrimenti rimarrebbe inespresso e incomunicato, rendendolo comunicabile.

In questo senso, mette in moto una relazione che si pone come elemento irrinunciabile assieme a un contesto e a unmedium.

Basterebbe pensare a come, nel tempo si sia articolata questa triade, complicandosi (ma anche semplificandosi) e arricchendosi, creando gerarchie (ma anche momenti di assoluta uguaglianza), inventando nuovi media che perfezionano tempi e modalità della comunicazione e resistendo, ogni volta, allelaudationes temporis acti, dalla difesa della memoria vs l’invenzione della scrittura, come nel celebre testo platonico delFedro, nel dialogo fra il re egizio Thamus e il dio-inventore Theuth7, fino alla messa in guardia sui pericoli della messa a disposizione, attraverso una pan-digitalizzazione, di risultati vs processi, che insegnerebbero, invece, a operare e non solo a recepire; fino, ai giorni nostri, ai timori sulle potenzialità ‘umane/disumane/sovrumane’ dell’Intelligenza Artificiale.

In ognuno di questi passaggi epocali, la comunicazione, la cui filosofia tende oggi ad affermarsi con un suo preciso statuto8, ha dovuto appunto traslocare per ‘mettere in forma’, utilizzando i nuovi mezzi e incorrendo anche in errori e ‘falsificazioni’: dallascriptio continua, che non aveva ancora i mezzi per imprigionare, insieme alla voce, le pause, i vuoti, e li cercava sperimentando; dalla stampa, che meccanizzava la scrittura e la possibilità di riprodurla all’infinito, ma sottraendola in qualche modo allo ‘scrittore in proprio’; fino alla rarefazione e metamorfosi del mezzo, problema che ancora oggi ci coinvolge, rendendo spesso invisibili e incontrollabili le fonti, ma sviluppando contemporaneamente la ricerca delle fonti senza l’aiuto degli specialisti.

Le lettere antiche rendono più visibile la nuova realtà sensoriale del leggere e scrivere digitali.

Mentre fino a una quarantina di anni fa la scrittura di un saggio comportava la lettura ‘in proprio’ di testi reperibili in biblioteche specializzate, previa ricerca nei cataloghi in loco, facendo riferimento ad alcuni luoghi-chiave dellaAltertumswissenschaft, almeno per chi operava nelle Università meridionali: l’Istituto Archeologico Germanico, l’Accademia Americana, l’École française (tutte e tre a Roma), la Biblioteca della Scuola Normale Superiore di Pisa (poi certo, c’erano le Biblioteche dei Dipartimenti e delle varie Università, ma in questi quattro ‘santuari’ c’era proprio quasi tutto, altrimenti bisognava ricorrere a trasferte all’estero, Monaco in primo luogo); con l’avvento della rete non solo la possibilità della localizzazione dei testi è diventata un aspetto facilmente superabile, ma gli stessi materiali, libri e articoli su rivista, opportunamente digitalizzati assieme agli stessi testi antichi e addirittura agli stessi documenti risalenti all’antichità, hanno progressivamente cominciato a popolare la rete, fino alla possibilità, per l’occhio esperto, di ricorrere a recensioni on line di riviste specifiche (per esempio laBryn Mawr Classical Review), che arrivano spesso a integrare se non a sostituire la lettura di un libro quando se ne individuino i risultati di fondo, almeno per il necessario aggiornamento bibliografico.

Inutile sottolineare che, tranne per singoli casi vincolati a una login, questa massa di informazioni è sempre a disposizione di tutti e tutte.

Torniamo sul problema scrittore/lettore che è l’oggetto di questa complessa composizione parallela fra noi due autori di diversa estrazione (Gigi Spina filologo antichista, Michele Mezza giornalista e sociologo digitale).

Il campo di lavoro che abbiamo affrontato parallelamente è la sostituzione dell’accoppiata voce-orecchio che dominava il tempo della tradizione orale, a quella successiva mano/cervello che ha guidato le forme di apprendimento e trasmissione dei saperi nei due millenni successivi fino, ora, ad una azione multifattoriale in cui tutti i sensi e le attitudini umane sono integrate e in certi casi orientati da applicazioni esterne, tecnologiche, che ne aumentano la portata ma ne annebbiano l’autonomia.

In un dialogo platonico, ilProtagora, e siamo già in una fase di discreta diffusione della scrittura, assistiamo all’analisi di un’ode del poeta Simonide di Ceo, condotta solo richiamando a memoria il testo, presente evidentemente ai due interlocutori, Socrate e Protagora. Il binomio scrittore/lettore — ripeto: in una fase in cui la scrittura già esisteva e aveva una sua operatività — poteva vivere e trasformarsi in tempo reale, diremmo, nel binomio oratore/ascoltatore restringendone la fruibilità ai soli dialoganti e spettatori presenti. Poi, la scrittura del dialogo che raccontava quell’incontro lo rendeva fruibile ai potenziali lettori.

Lascriptio continuadi cui si parla prima non aveva certo, come corrispettivo, unalectio continua, che avrebbe reso impossibile il dialogo. La ri-proposizione esatta della voce, il suo trasloco nelle forme della scrittura ha quindi conosciuto diverse fasi, che sono servite a perfezionarne la riproduzione, fino all’uso della trascrizione fonetica. Con i nuovi meccanismi introdotti dal digitale, si giunge a un intreccio virtuoso fra memoria, oralità, scrittura, lettura che consente, anche questa volta in tempo reale, di individuare un testo, cercarlo in rete, scaricarlo, commentarlo, condividerlo, comunicare con un vocale le proprie osservazioni e riceverne controdeduzioni, il tutto nel giro di pochi secondi.

Operazioni potenzialmente alla portata di tutti, tranne per chi ancora non sa destreggiarsi con le nuove tecnologie e i nuovi media. I quali, e non solo per venire incontro agli ‘imbranati’, devono prevedere quello che potremmo definire, la verifica continua del trasloco, perché nessun oggetto vada perduto e tutto possa essere risistemato a vantaggio dell’utente.

Nulla, dunque, nasce definitivamente buono e positivo, dal momento che risulta già ibridato dalla complessità dell’agire umano, ma proprio per questo ‘nulla di umano può risultare estraneo all’umanità stessa’.

Riproponiamo qui il concetto di “trasloco”, particolarmente necessario per i testi che costituiscono l’oggetto della professione del filologo antichista, di cui abbiamo appena avuto un esempio, una citazione modificata di Terenzio (II sec. a.C.) tratta dalPunitore di sé stesso, alla fine del precedente capoverso. L’IA può certo agevolare una comprensione maggiore, ricorrendo al suo archivio di traduzioni, e non solo per l’utilitaristico scopo di prendere un buon voto a una versione in un qualsiasi liceo d’Italia, ma innanzitutto per mettere a confronto le diverse traduzioni, e magari per scavare nella struttura delle frasi.

La meccanica del sogno del filologo antichista la rintracciamo in questa esemplificazione: «Il cervello è la mano e la mano è il cervello» dell’anatomista Frank Wilson nel suo testoThe Hand: How Its Use Shapes the Brain, Language, and Human Cultureed aggiunge «il cervello non vive dentro la testa, anche se è il suo habitat formale. Esso si apre verso il corpo, e tramite il corpo si apre verso il mondo»9.

Leggere o scrivere, mediante apparati digitali, animati da intelligenze artificiali, comporta un uso diffuso del corpo e delle sue attività più di relazione con l’esterno, quali gli occhi e le mani, in termini del tutto discontinui rispetto alla nostra tradizione evolutiva. A cominciare proprio dalle mani che non sono più la catena di trasmissione degli input cerebrali nella scrittura, ma protesi che danno materialità ai nuovi alfabeti compitati tecnologicamente.

«Con questa nuova manualità digitale, che impugna il terminale telefonico per svolgere attività di relazione ed elaborazione anche complesse, siamo tutti condannati ad essere intelligenti»10, scrive uno dei filosofi europei più originali come Michel Serres scomparso da qualche anno.

Parliamo del teorico del concetto di “Pollicina”, quella funzione tipica delle nuove generazioni che scrivono con il pollice senza smettere di camminare, intrecciando l’equilibrio fisico a quello mentale, e trasferendo così ad un altro lobo del cervello la guida del rapporto fra mano e testa, che fino ad ora era mediato dalle sole quattro dita.

L’oralità elettronica

Non siamo più vincolati allo schema atavico della lineare B, su cui è fondata la nostra modalità di lettura e scrittura che procedono seguendo un modello appunto logosillabico, dove una sequenza di sillabe determina un flusso di lemmi. Uno schema che abbiamo trasferito con successo alle nostre protesi di intelligenza artificiale che sono state, nella fase del loro svezzamento, addestrate proprio mediante questa progressione lineare di sillabe e lemmi.

Nella nuova fase adolescenziale dei dispositivi generativi, che vivremo nei prossimi 12/18 mesi, lo scambio con noi umani, non più in virtù di sempliciprompt, o frugali informazioni, ma vere e proprie elaborazioni, con la reciproca pretesa di indurre approfondimenti e citazioni a corredo, avviene sempre più per via orale, con la vocalizzazione di concetti e proposte di ricerca.

Il formato dell’audiolibro, cioè di un’opera letteraria complessa che viene trasmessa oralmente, sta integrando, se non superando nella conversazione con i bot intelligenti, l’apprendimento individuale mediante lettura e verifica tramite la scrittura. Oltre le mani anche le orecchie diventano supporti cognitivi.

Ci ricolleghiamo tramite l’oralità elettronica alle fasi iniziali della nostra vita culturale.

Infatti, riaffiora la potenza di quella antica forma di trasmissione di contenuti che era la declamazione, che diede vita al teatro come primo, e per largo tempo egemone, media della comunicazione, come ci dice Andrea Tagliapietra nel suo saggioIl lettore e lo spettatore11.

L’essere umano per gran parte del tratto iniziale della sua civilizzazione, fino a tutto l’ellenismo, faceva coincidere l’atto del leggere con la recitazione del testo ad alta voce, per conto e in nome di un ascoltatore privilegiato. Si leggeva in maniera ancillare, sempre per qualcuno.

A Roma erano gli schiavi che svolgevano questo servizio, identificandosi con uno strumento, una protesi, quale oggi è invece una piattaforma.

A Pompei sono diversi gli affreschi che raffigurano schiavi che leggono ai signori. Un’attività servile quella del lettore che ha impedito, a differenza della scrittura, ai loro praticanti di diventare una professione, o addirittura una casta, come invece è avvenuto per gli scribi in diversi contesti culturali e geografici.

La lettura, in questa fase, era parte essenziale della struttura materiale del testo.

Infatti, proprio in quanto vocalizzata, aveva principalmente il compito di rendere intellegibili testi che ancora fino al IV secolo dopo Cristo erano scritti con la tecnica della cosiddettascriptio continua, quella forma di scrittura lineare senza stacchi o spazi, che legava ogni parola alla successiva in un unico serpentone tracciato sulla pagina, come abbiamo già sottolineato. Un format che presupponeva che fosse proprio la lettura, in pubblico, ad alta voce, il momento in cui tale linearità indistinta veniva spezzata e resa comprensibile con quelle pause che crearono la necessità della punteggiatura, come riporta ancora il saggio di Tagliapietra che abbiamo già citato.

Oggi il computer con il suo linguaggio ipertestuale ha digitalizzato tutto il pianeta, non solo mettendolo a leggere e scrivere secondo il disciplinare che abbiamo sopra descritto, ma abilitandone la connettività in rete. Siamo passati, per utilizzare un concetto televisivo, dalbroadcasting(da uno a tanti) albrowsing(ognuno cerca qualcun altro).

Sono cambiate prima e stanno cambiando ora la logica e la titolarità dei testi, che diventa sempre più provvisoria e pluralista, mediante i continui rimaneggiamenti che ogni utente può apportare in rete.

La pagina, il libro, il giornale, o il video, diventano pretesti per una conversazione fra autori e lettori che si scambiano permanentemente i ruoli.

Questo brusio creativo che genera poi l’opera artistica è mediato e ordinato da tecniche semantiche che smistano, memorizzano, integrano e indicizzano ogni forma espressiva, assistendo gli utenti nella consultazione.

Si determina quella cooperazione fra l’essere umano e il sistema utente che altera irrimediabilmente le funzioni sensoriali.

Un concetto che nel nostro paese viene intuito e rappresentato brillantemente dai futuristi che, a cavallo della Prima guerra mondiale, trascinano il sonnolento e provinciale dibattito culturale nazionale nell’agone di una trasformazione radicale della creatività artistica, non dissimile, per impatto traumatico, a quanto sta accadendo in questi lustri.

Affiora in quei primi anni del XX secolo una contaminazione progressiva fra le tecniche di realizzazione delle opere, i linguaggi di espressione delle stesse e i modi di fruirne. Esattamente quella convergenza che nel processo creativo oggi giunge ad una delle fasi di massima applicazione con la rimodulazione di ogni forma di relazione e comunicazione alla luce della mediazione algoritmica.

In conclusione

Se la conoscenza si sta riformulando mediante una nuova organizzazione degli atti fondamentali del sapere come sono fino ad ora state la lettura e la scrittura, che vengono riordinate dall’intermediazione di apparati e dispositivi computazionali che aggregano e distribuiscono imponenti quantità di informazioni, allora è proprio sulla struttura di queste macchine che si deve socialmente intervenire, preservandone i vantaggi nell’adeguare la limitatezza della natura umana all’infinita produzione di contenuti, ma neutralizzando la rendita che premia chi all’origine di questa intermediazione è in grado di modularne intensità e inclusività.

Sapendo che abbandonando la linearità di scrittura e lettura sillabiche per maneggiare i sistemi automatici della riproduzione semantica mediante calcolo ci troviamo comunque oltre la frontiera che separa l’umanità come è stata quella che sta divenendo.

Come scrive il preveggente antropologo francese André Leroi-Gourhan, che già negli anni Settanta lavorò proprio sulle prime avvisaglie di tecnicizzazione delle funzioni umane: «la macchina costituisce certo un vantaggio sociale molto importante, ma non ci lascia altra opzione di rinunciare a rimanere sapiens, per diventare forse qualcosa di meglio, ma certamente qualcosa di diverso»12.

Nello spazio fra qualcosa di meglio e qualcosa di diverso si contende il controllo della prossima evoluzione che sempre più ci distanzierà dall’archetipo umano così come lo abbiamo nella nostra mente.


  1. Si veda F. Kittler,Grammofono, film, macchina da scrivere, Meltemi, Roma, 2008. In questo testo Kittler fa riferimento principalmente alla lettera del 16 febbraio 1882 a Peter Gast come uno degli esempi in cui Nietzsche parla della sua esperienza con la macchina da scrivere, scherzando sulla sua difficoltà ad adattarsi. Per quanto non vi sia un’affermazione diretta di Nietzsche sul condizionamento dello strumento sulla sua scrittura, Kittler usa questa lettera, insieme ad altre osservazioni sullo stile di Nietzsche, per sostenere la sua teoria che la macchina da scrivere abbia contribuito a rendere il suo pensiero più frammentato e aforistico.
  2. M. Heidegger,Parmenide, Adelphi, Milano, 1988, p. 156.
  3. M. McLuhan, Introduzione aGli Strumenti del Comunicare, Einaudi, Torino, 1964, p. 1.
  4. M. Heidegger,Parmenide, op. cit., p. 156.
  5. T. Ingold,Making, Raffaello Cortina, Milano, 2013, p. 205.
  6. F. Lo Piparo,Aristotele e il linguaggio. Che cosa fa di una lingua una lingua?, Laterza, Bari, 2003, p. 187.
  7. Platone,Fedro, 274 c-276 a.
  8. Si veda L. Floridi,Filosofia dell’informazione, Raffaello Cortina, Milano, 2024.
  9. F. R. Wilson,The Hand: How Its Use Shapes the Brain, Language, and Human Culture, Pantheon Books, New York, 1998, p. 189.
  10. M. Serres,Il mancino zoppo. Dal metodo non nasce niente, Bollati Boringhieri, Milano, 2016, p. 63.
  11. A. Tagliapietra,Il lettore e lo spettatore. Filosofia di due metafore dell’esistenza, Donzelli, editore, 2024.
  12. A. Leroi-Gourhan,Il gesto e la parola, Einaudi Editore, Torino, 1977, p. 191.

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