Gesù salva. Oltre ad essere una affermazione di fede è una scritta fatta con pittura bianca ed alla buona che avrete forse letto su qualche cavalcavia dell’autostrada. Ultimamente gira sui social media una variante o, meglio, una postilla digitale che recita:Gesù salva con nome. Chi ha chiosato aveva in mente una battuta di spirito, ma non sa di aver fatto una perfetta sintesi teologica ed offerto un ottimo spunto per ragionare di creazione e creatività al tempo delle macchine intelligenti.
Partiamo dai fondamenti. La teologia cattolica, sulla scorta della Rivelazione, propugna il concetto che Dio è creatore, ma non esattamente nella forma in cui la cultura popolare lo ha talora recepito, né come alcune correnti filosofiche lo intendono. Liberiamo il campo innanzitutto da queste posizioni.
Secondo alcuni (è la posizione del monismo), nulla può esistere al di fuori di Dio. Se si ipotizza l’esistenza di un essere assoluto e infinitamente grande — indipendentemente dal modo in cui lo si concepisce — risulta infatti difficile immaginare che altri esseri possano avere un’esistenza realmente distinta dalla sua. In questa prospettiva, l’infinità di Dio escluderebbe qualsiasi realtà al di fuori di sé: tutto ciò che esiste sarebbe Dio stesso. Da qui derivano le concezioni panteiste, che negano l’autentica esistenza di qualcosa di separato da Dio. Esiste anche una variante che considera la realtà visibile non come il risultato di una libera scelta divina, ma come una necessaria emanazione di Dio. Il cristianesimo si smarca dal monismo con la considerazione che l’atto creativo di Dio è libero ed intenzionale, non potendo Dio essere necessitato ed essendo personale, per cui esiste una differenza ontologica tra Dio e la realtà.
Una seconda forma di antitesi alla visione cristiana è il dualismo, che non riconosce l’intera realtà come frutto dell’azione libera di Dio, ma presuppone una pluralità di principi all’origine dell’esistenza. Secondo questa visione, la materia sarebbe eterna e preesistente, mentre la divinità si limiterebbe ad agire su di essa con un’opera demiurgica di trasformazione e organizzazione. In tal modo, la materia risulterebbe indipendente da Dio. Anche questa posizione è inconciliabile con la libertà e volontà di Dio così come posta dalla teologia cattolica.
Sul fronte “popolare” soprattutto nel confronto tra fede cristiana e scienze naturali, il dibattito sulla creazione spesso si concentra sull’interpretazione biblica del solo Libro della Genesi. Nonostante l’importanza di questa “narrazione delle origini” (cfr. Gen 1,1-2,4a), tale approccio è limitante. La Bibbia offre infatti numerosi altri passaggi significativi sulla creazione, presenti nei Salmi, nel libro di Giobbe, nel Libro della Sapienza, nei Proverbi, nei libri profetici e nel Nuovo Testamento. Un’eccessiva focalizzazione sull’esegesi della Genesi si espone a rischi di fondamentalismo o concordismo. Nel primo caso può portare al rifiuto delle scoperte scientifiche quando queste sembrano in contrasto con una lettura letterale del testo sacro; nel secondo, il tentativo di far coincidere i risultati scientifici con la Bibbia può portare a forzare o addirittura a distorcere il loro vero significato.
Fatte queste semplici premesse e rispetto allo scopo di questo contributo, non è possibile dare conto di una completa dottrina della creazione. Ne sottolineiamo solo alcuni tratti più funzionali rispetto al tema che ci pone in relazione umano, macchina e creatività.
Partiamo da Esodo 3,14. Nel passo Mosè incontra Dio, un evento straordinario nella rivelazione biblica perché incontrare il santo dei santi equivale a morire, stante la totale alterità di Dio rispetto all’essere umano. In quel faccia a faccia letteralmente tale, il patriarca chiede a Dio di rivelargli il proprio nome, ricevendone una risposta piuttosto criptica: “Io sono colui che sono”. Nella cultura biblica, rivelare il nome e lo speculare conoscerlo significano rivelare e dunque conoscere l’essenza di una persona e quindi in qualche modo possederla. In questa prospettiva la richiesta di Mosè è sproporzionata rispetto alle sue capacità: la creatura non può contenere il Creatore. Ma tuttavia Dio risponde. Uno dei significati di “io sono colui che sono” è filosoficamente denso: io sono l’essere, io sono colui in forza del quale esiste ciò che esiste. Il mio essere è dato e partecipato in modo tale che esista altro oltre a me ed esistano altri oltre a me. Questo è il nostro punto di partenza: Dio è creatore nel senso che, dandosi, pone nell’esistenza ciò che esiste. Ma questo porreextra sé, per quanto riguarda soprattutto l’essere umano, non si conclude con un atto finito e puntuale, ma permane. Ecco lacreatio continua, che ci pone di fronte alla sussistenza di ciò che esiste, al suo continuare ad essere. Il cosmo esisteora, perchéoraè sostenuto dall’Essere.
Ciò è denso di significati, come ha bene sintetizzato Raimond Panikkar, che afferma: «La dottrina tradizionale dellacreatio continua, sebbene spesso dimenticata, costituisce il legame fra tempo ed eternità. Il Dio eterno crea continuamente il mondo temporale. Ogni momento temporale è creato da un atto eterno. Il flusso temporale è costituito da momenti tempiterni. L’essere temporale è mantenuto nell’esistenza da un Essere eterno. L’eternità è il vero fondamento della temporalità. Il Creatore non è “al di fuori”. L’Eternità è co-eterna al tempo, proprio come il tempo è co-temporale all’eternità. Il tempo è temporale — esiste poiché ha il suo “sostegno” nell’eternità. L’eternità è eterna — esiste perché (e non solo si manifesta) nel tempo. La struttura del Tutto è tempiterna momento per momento, continua creazione»1. Dio, dunque, crea e mantiene nell’essere. Ma dona anche una teleologia che Gesù rivela compiutamente: affinché l’essere umano abbia la vita e l’abbia in abbondanza2. Esistere per vivere: qui ed oltre il tempo e lo spazio, al di là della morte. In questo si compendia in qualche modo l’alfa e l’omega della storia.
Riprendendo il passo in parola, potremmo riassumere così: “Io sono, cioè dono l’essere”. Ci sono per te: continuo ad esserti accanto. Ma sono anche colui che sono, cioè una tale alterità della quale può essere compresa solo un’infinitesima parte. La rivelazione a Mosè può essere il perno da cui partire per affrontare il racconto della creazione dei primi capitoli del libro della Genesi.
Esso è una narrazione eziologica di questa tensione tra essere e compiersi di cui abbiamo brevemente dato conto. In tale tensione la capacità creativa di Dio non si manifesta solo con il semplice far essere del nulla ed ordinarlo. Sia in senso proprio, distinguendo terra da cielo, asciutto da acque; sia in senso morale finalistico, dando uno scopo ultimo a ciò che c’è e orientando l’essere umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio, con parità di dignità tra il maschile ed il femminile3, a fine ultimo, proposto alla libertà umana, di essere come Dio insieme a Dio. Dio partecipa dell’essere al fine di far essere e conferisce leggi universali attraverso cui l’essere viene ordinato. All’interno di queste leggi pone un essere che gli è immagine — cioè, capace di libertà e volontà — ma anche somigliante — cioè, capace di divenire come Dio solo insieme a Dio nell’esercizio della suddetta libertà e volontà — al fine di amministrare tutto ciò che esiste e gli esiste attorno. Donato l’essere, le caratteristiche di immagine e somiglianza conferiscono all’umano un certo gradiente creativo, ma non assoluto, slegato. L’essere umano ha un gradiente di creatività, dato dal suo essere immagine: per questo è pro-creatore. Ma non sciolto. Ad esempio, è tramite il sorgere di una nuova vita, ma è Dio che a quella vita umana conferisce la dimensione trascendente, quella che chiamiamo comunemente anima.
Prendendo le mosse da queste sintetiche, ma necessarie, premesse, ci possiamo ora chiedere quanto e se una macchina possa essere creativa e come tale creatività possa essere teologicamente inquadrata.
Il punto di partenza è che il fatto tecnico è connaturale all’essere umano. Questi è “nativamente tecnico”, nel senso che sta in natura creando tecnologia che gli permette di sopravvivere ai suoi primordi e di vivere meglio nelle epoche successive. Fare tecnica è antropologicamente tipico dell’essere umano, in qualche modo è un carattere naturale benché si esprima, per paradosso linguistico, nell’artificiale. Nel creare l’essere umano intelligente, possiamo dire che Dio lo ha creato capace di tecnica4. La tecnica, quindi, è una espressione propria ed in sé coerente con il disegno della creazione.
Questo è espresso nel Magistero della Chiesa, ad esempio, con il numero 34 della CostituzioneGaudium et Spesdel Concilio Vaticano II, che affronta il valore dell’attività umana. Essa afferma: «Per i credenti una cosa è certa: considerata in se stessa, l’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, corrisponde alle intenzioni di Dio». Tuttavia, essa ha carattere ambiguo. È ontologicamente buona in quanto esistente, ma moralmente opaca. Non solo perché può essere usata per fare il male, ma anche perché, come tutto ciò che è creato, ha in sé la necessità di essere “redenta”, cioè, portata a compimento attraverso la Grazia che viene da Cristo. Così si esprime S. Paolo nellaLettera ai Romani: «Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (8,22-23).
Dunque, l’essere umano è creativo, ma nel senso che è capace di trasformare creativamente ciò che c’è — nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, direbbe Lavoisier — ed è nativamente tecnologico. Se uniamo i costrutti, possiamo affrontare la domanda cruciale: la tecnologia può essere creativa in senso teologico? Una prima risposta è limitata dall’assunto principale: la tecnologia non può essere più creativa di quanto lo possa essere l’essere umano; al massimo, essa è creativa quanto l’essere umano, imitando l’imitatore principale, certamente non di più. Infatti, se una creatura è generata da un creatore, la sua capacità creativa dipende necessariamente dalle regole, dai limiti e dalle possibilità imposte dal creatore stesso. Qualunque sistema generativo opera all’interno di un insieme di vincoli definiti dal suo progettista: il creatore stabilisce i principi e le strutture su cui la creatura può basare la propria espressione creativa. Se la creatura producesse qualcosa di oltre la creatività del creatore, significherebbe che il creatore aveva già reso possibile tale creatività latente, anche senza esserne consapevole, il che implicherebbe comunque che il potenziale era già insito nel creatore. Inoltre, la creatività è la capacità di combinare elementi noti in modi innovativi, ma la creatura può solo accedere a ciò che le è stato fornito o che può derivare logicamente dalle informazioni ricevute. Anche nel caso in cui una creatura sembri superare il suo creatore in termini di capacità, ciò sarebbe frutto di una progettazione iniziale che lo ha reso possibile, dimostrando che il creatore, almeno in potenza, conteneva già quell’abilità. Pertanto, logicamente, la creatura non può superare in creatività il creatore, ma al massimo uguagliarlo nell’ambito delle possibilità che le sono state concesse. La creatività del creatore umano ha come vincolo il suo legame con Dio creatore. Quindi la tecnologia non può essere capace di creare in senso assoluto, cioè sciolto,ab solutoperché tale capacità è esclusivamente di Dio.
Il passo successivo, dunque, è chiedersi se Dio, che è garanzia di ciò che esiste, conferisce capacità creativa ad una macchina. La risposta è negativa, perché la pur limitata capacità creativa — rispetto a quella divina — è partecipata solo agli esseri viventi ed in modo peculiare all’essere umano, che è unico creato ad immagine di Dio secondo il dettato della Scrittura.
A questo punto la domanda che resta è se quanto è partecipato in modo peculiare all’essere umano è partecipabile da questi, in forza del suo essere immagine e somiglianza, ad altri o altro che non siano umani. Questa è la domanda chiave. Se l’essere umano è autenticamente immagine e somiglianza di Dio può, pur nei limiti detti, creare qualcosa che sia immagine e somiglianza di sé, qualcosa che emuli l’umano. Se però lo emula, non è umano fuori delle leggi, che egli non decide pur governandole, secondo cui l’umano pro-crea solo altri umani.
L’umano non può creare una macchina creante in sé, può creare una macchina che emuli alcune delle facoltà pro-creative tipicamente umane. Tuttavia, è necessario qui sottolineare che questo non significa che l’essere umano in effetti abbia oggi creato tale macchina e che tale macchina in effetti possa essere davvero creata. Non cercherò infatti di rispondere alla domanda se la macchina oggi è creativa o meno. Quanto teologicamente possiamo dire ed argomentare è il limite che l’umano può eventualmente raggiungere.
Torniamo però all’incipitdi questo contributo, a quelGesù salvaa cui abbiamo solo fatto cenno. Scindere creazione e redenzione è pedagogicamente efficace, ma teologicamente meno sostenibile. Abbiamo visto come l’atto creativo di Dio è in sé intenzionale, dunque orientato. Creare non è un atto neutro, ma finalizzato. La salvezza, specularmente, non è una categoria che riguarda solo il peccato e il male, ma l’esserci di Dio e delle creature. Creazione e salvezza, Creazione e redenzione, creazione e compimento sono ununicumanche se si sviluppano in tempi diversi.
Qui si pone l’interesse della Chiesa nei confronti della tecnologia, della dimensione etica e sociale e delle grandi questioni in gioco in questo tempo. Possiamo a questo punto fare un breveexcursusricapitolativo del pensiero del Magistero pontificio degli ultimi decenni che possa indicare quale sia lo sguardo teologico sociale che la Chiesa prospetta. Cominciamo con Paolo VI, che in occasione dello sbarco sulla Luna affrontò la questione della tecnica a più riprese. In particolare, disse che l’impresa dell’allunaggio, al di là della perizia tecnica e della capacità organizzativa, aveva un altro decisivo centro, illuminava un ben più decisivo mistero: «L’uomo, questa creatura di Dio, ancora più della luna misteriosa, al centro di questa impresa, ci si rivela. Ci si rivela gigante. Ci si rivela divino, non in sé, ma nel suo principio e nel suo destino. Onore all’uomo, onore alla sua dignità, al suo spirito, alla sua vita»5. La tecnica, secondo Montini, può dunque essere vista come luogo in cui ripensare la dignità umana, l’essenza di creatura del tutto singolare. Egli, dunque, non pone in antitesi umano e macchina, al contrario invita ad usare la macchina come dimostrazione di quanto l’umano valga e di come l’umano debba essere preservato e custodito anche come essere capace di espressione tecnologica. Giovanni Paolo II ad Hiroshima sottolinea invece l’ambiguità possibile della tecnica, pur prodotto meraviglioso dell’umano: «Ma noi sappiamo che questo potenziale non è neutro: esso può essere usato sia per il progresso dell’uomo, sia per la sua degradazione. Come voi, anch’io sono vissuto in questo tempo, che chiamerei il “tempo del dopo-Hiroshima”, e condivido le vostre ansietà. Oggi mi sento ispirato a dirvi questo: certamente è giunto il momento per la nostra società, e specialmente per il mondo della scienza, di rendersi conto che il futuro dell’umanità dipende, come mai prima d’ora, dalle nostre comuni scelte morali»6. La tecnologia è strumento di potere, di ordine ed il pontefice riflette sul fatto che questo potere così grande e forte deve essere equilibrato da altrettanta consapevolezza che va sempre più al di là della capacità del singolo e dei singoli, ma ha invece bisogno di una solida struttura culturale e sociale alle spalle. La minaccia atomica di ieri oggi si articola in ben altre minacce, ma non meno complesse e potenzialmente distruttive di quella. Articola l’intuizione Benedetto XVI che ci ha dato la cifra per formare un giudizio: «Un progresso addizionabile è possibile solo in campo materiale. […] Nell’ambito invece della consapevolezza etica e della decisione morale non c’è una simile possibilità per il semplice motivo che la libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. Non sono mai semplicemente già prese per noi da altri — in tal caso, infatti, non saremmo più liberi. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio»7. Dunque, anche noi alle prese con le macchine che si dicono intelligenti. Infine, papa Francesco avverte che la complessità che viviamo rischia di spiazzarci. Scrive: «La specializzazione propria della tecnologia implica una notevole difficoltà ad avere uno sguardo d’insieme. La frammentazione del sapere assolve la propria funzione nel momento di ottenere applicazioni concrete, ma spesso conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso che diventa irrilevante»8.
K. Löning ed E. Zenger, nel loro saggioIn principio Dio creò. Teologie bibliche della creazione, osservano: «La Bibbia parla certamente del fatto che il Dio creatore ha posto il principio del “suo” mondo, ma questo principio non è semplicemente un principio del mondo, bensì il principio di una relazione fra Dio e il mondo…, un principio costituito alla luce del fine a cui questa relazione tra il Dio creatore e la sua creazione tende»9. Ecco perché Gesù salva dando un nome, quello di fratello, sorella ed amico all’umano che viene a redimere. Un nome da chiamare, a cui appellarsi, da cui partire. L’umano, ad immagine e somiglianza di Dio, non può porre in essere tecnica senza seguire questo stesso percorso, dando un nome, cioè una caratura esistenziale ed etica a ciò che crea. Dal punto di vista della rivelazione e della riflessione su di essa, dunque, la tecnica non rileva solamente per il fatto che risolve dei problemi, persegue un fine tecnico e pratico. L’essere della tecnica, partecipando dell’essere che nella rivelazione ha un fine ultimo, si inserisce in un processo relazionale che ha come scopo la piena umanizzazione dell’essere umano, la sua salvezza nel tempo e dunque nell’eternità.
- R. Pannikar,Il ritmo dell’essere, vol. X/1, Jaca Book, Milano, 2012, pp. 294-295.
- Cfr. Vangelo di Giovanni 10,10.
- Non è questo lo spazio opportuno e lo scopo di questo scritto, ma vale la pena almeno accennare al fatto che l’originale ebraico del testo indica una totale parità tra maschile e femminile, usando un termine che storicamente viene tradotto con costola, ma che può essere tradotto anche con lato. Dall’essere umano indistinto vengono così tratti due lati uguali e complementari, il maschile ed il femminile più che un maschile espropriato di una costola da cui viene formato il femminile. Cfr. A. Bianch,Donne, uomini, cristianesimo, Edizioni Messaggero, Padova 2023, pp. 60-67.
- Da ultimo cfr. P. Benanti,La condizione tecno umana, EDB, Bologna, 2022.
- Paolo VI,Angelusdel 13 luglio 1969.
- Giovanni Paolo II, discorso durante l’incontro con scienziati e rappresentanti dell’università delle Nazioni Unite, Hiroshima, 25 febbraio 1981.
- Benedetto XVI, EnciclicaSpe salvi, 8, 24, 2007.
- Francesco, EnciclicaLaudato si, II, 110, 2015.
- K. Löning e E. Zenger,In principio Dio creò. Teologie bibliche della creazione, Brescia, 2006, p. 17.
