Stella Zatieri Pirola racconta il suo modo di insegnare matematica: raccontare le scienziate dimenticate, ripensare il sapere come relazione e responsabilità collettiva, dalla serva di Tracia del Teeteto al Golden Record del Voyager.

L’accesso delle donne alle scienze sfida il monopolio maschile del sapere. Ricordo un professore di Storia della matematica che all’università, tentando una battuta, disse: «Da quando le ragazze hanno cominciato a studiare matematica, i matematici hanno cominciato a distrarsi». Quella frase non mi fece ridere per niente, ma mi spinse ad approfondire per il mio esame il lavoro di Sophie Germain, matematica del Settecento, costretta a nascondersi dietro uno pseudonimo maschile perché alle donne non era concesso studiare all’università. Quando presentai le sue ricerche su particolari numeri primi, il professore liquidò il contributo di Germain come marginale. Da allora non ho mai smesso di pensare alle scienziate che hanno abitato spazi in cui non erano previste, per esempio Ada Lovelace, Emmy Noether, Sofia Kovalevskaya, Mary Cartwright e a tutte quelle che hanno saputo trovare la strada per emergere in una cultura che non le prevedeva. Ogni volta che mi imbatto in figure femminili il cui contributo alla storia è stato straordinario, mi chiedo perché siano così poco conosciute e perché, nei programmi scolastici, continuino a dominare sempre gli stessi nomi maschili. Di recente, ad esempio, ho scoperto da un testo la figura di Fernanda Wittgens, storica dell’arte e prima direttrice della Pinacoteca di Brera. Durante i bombardamenti del 1943-44, salvò le opere della Pinacoteca dalla distruzione e, con eccezionale coraggio, aiutò numerosi ebrei a fuggire dalle persecuzioni nazifasciste, pagando questo impegno con la reclusione. Eppure, nonostante io studi a Brera e abbia una profonda passione per la storia delle donne, non ne avevo mai sentito parlare. Il silenzio attorno alle vite e alle azioni delle donne nella storia è una rimozione che interroga e che impone di ripensare i modi in cui il sapere viene elaborato e trasmesso. E non si tratta solo di riportare alla luce queste vite, bensì di riconsiderare la costruzione stessa del sapere. Il femminismo della differenza offre una chiave radicale per questa ricerca, valorizzando la forza generativa del non previsto, “approfittare della differenza”, come scriveva Carla Lonzi. In questa prospettiva, l’assenza femminile dalla cultura è senz’altro un’ingiustizia storica, ma anche un’opportunità di ripensare il senso del sapere, e produrne uno rinnovato. Assistiamo quotidianamente a una condizione paradossale nelle società del cosiddetto “primo mondo”, in cui, nonostante il benessere materiale raggiunto e i progressi culturali e tecnologici, l’esistenza permane segnata da una profonda precarietà. L’instabilità si manifesta sotto la minaccia costante di crisi globali — ambientali, economiche, politiche — gestite in base a paradigmi che privilegiano la forza e il controllo, espressione di un’interpretazione virile del mondo. La vita quotidiana si struttura sempre più attorno all’imperativo della performance e della prestazione, in una corsa incessante verso obiettivi individuali che spesso si rivelano frustranti, riducendo il concetto di benessere alla ricerca di successo personale. In questo scenario, il principio del bene collettivo viene svuotato di significato, riconfigurato in una logica neoliberista che si esprime nell’assunto secondo cui la libertà consisterebbe nel lasciare che ciascuno agisca secondo il proprio interesse, eludendo ogni riflessione sulle responsabilità reciproche e sulle implicazioni sistemiche di tale prospettiva, con buona pace dell’articolo 41 della nostra Costituzione che dice «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

Di fronte a questo scenario, si potrebbe essere tentati di cedere a un senso di soprafazione, percependo il sistema dominante come un meccanismo ineluttabile, ribaltabile unicamente attraverso un atto rivoluzionario che appare fuori dalla nostra portata. In questa prospettiva rivolgo lo sguardo a una rivoluzione riuscita del XX secolo: quella delle donne. Essa ha dimostrato che il cambiamento non è necessariamente il frutto di una insurrezione, ma può avvenire attraverso un processo di trasformazione diffusa, capillare e radicata nell’esperienza quotidiana, anche se purtroppo a un costo di violenza femminicida. Ognuno, nel proprio spazio di azione, possiede il potere di incidere sulla realtà che lo circonda, esercitando quella forma di intervento critico e consapevole che Luisa Muraro ha chiamatopolitica prima.

Oggi insegno matematica e mi occupo della relazione tra scienza e arte. Cerco di trasmettere alle mie allieve e allievi storie e prospettive che allarghino il loro sguardo. Le insegnanti di scuola sono quasi tutte donne perché per gli uomini l’insegnamento è un lavoro da poco, con poche prospettive di carriera e scarsamente retribuito. Invece io trovo entusiasmante insegnare ai piccoli, ad esempio la scienza con Chandra Livia Candiani, la matematica con Simone Weil, l’ecologismo con Rachel Carson e tutte quelle che hanno pensato il sapere in relazione, come cura e come responsabilità.

L’arte poi consente di indagare la scienza in modo contemplativo e poetico, come per esempio ha fatto Hanne Darboven che dipinge sequenze numeriche che registrano l’esistenza, o come Agnes Denes che ha unito arte, ecologia e scienza, creando opere concettuali e disegni basati su matematica e filosofia per riflettere su ambiente e futuro. Nel mio lavoro educativo mi chiedo quale impatto abbia sulla costruzione dell’identità di una ragazza il fatto di apprendere, nel suo percorso di studi, un sapere che sembra essere stato edificato esclusivamente da uomini: è difficile immaginare che questa realtà non influenzi la percezione che avrà di sé e del proprio ruolo nel mondo della conoscenza. Per questo, nel mio (piccolo) spazio d’azione, cerco di ampliare la narrazione, facendo conoscere alle giovani le figure di scienziate e pensatrici che hanno contribuito alla costruzione del sapere.

Ma come si collocano le donne all’interno di un sistema epistemologico fondato su valori maschili? È possibile rintracciare, nelle pieghe di questa struttura, una traccia che permetta di ripensare il nostro rapporto con il mondo? Credo che le donne, quando non imitano troppo i colleghi e rimangono invece maestre della relazione, possano offrire una prospettiva che riporti al centro il legame tra i saperi, riconfigurando il sapere stesso non più come un esercizio individualistico, ma come risposta a un bisogno collettivo. Questo significa ripensare anche il rapporto con l’ambiente, con le altre specie, non più concepite come risorse o beni di servizio, ma come presenze vive con cui coabitare nel rispetto di un equilibrio comune; prendersi il tempo per interrogarsi sulle conseguenze etiche dell’alimentarsi di esseri senzienti, o sul fatto che ogni intervento umano sulla natura debba essere guidato dalla responsabilità di preservare un’armonia più ampia.

Pensare alla storia come storia vivente, quindi ponendo al centro le biografie, riconoscere il valore di quei saperi che sono stati relegati ai margini, considerati inferiori perché privi degli artifici concettuali e linguistici della tradizione filosofica dominante. È lo sguardo della serva di Tracia nelTeetetodi Platone ride dello scienziato impacciato nei gesti ordinari e dovrebbe simboleggiare l’insipienza di chi non comprende l’elevazione speculativa, che Adriana Cavarero ha elevato al contrario a emblema della saggezza femminile che non si stacca dalla materialità per inseguire illusioni metafisiche, ma tiene i piedi per terra, in un sapere immediato e tangibile, disponibile a chiunque abbia il coraggio di riconoscerlo e di valorizzarlo. Dunque, persino ridere delle presunte gerarchie del sapere diventa un atto necessario, un gesto di sovversione capace di rovesciare l’intera piramide dell’importanza, rivelandone l’arbitrarietà e aprendo spazio a nuove prospettive. Per esempio, alcuni anni fa ho dedicato un lavoro artistico a una notizia appresa per caso da un testo di cui come la serva ho riso: nel 1977 la NASA ha lanciato nello spazio le sonde Voyager 1 e 2, ciascuna dotata di un Golden Record, un disco d’oro contenente un messaggio destinato a eventuali civiltà extraterrestri. Il disco raccoglieva suoni naturali, saluti in 55 lingue, musica proveniente da diverse culture e immagini rappresentative della vita sulla Terra per formare un archivio simbolico del nostro pianeta, destinato a vagare nello spazio per miliardi di anni, testimoniando l’esistenza umana oltre i confini del tempo e del sistema solare. Ancora mi sorprende e mi fa sorridere che lo sguardo continui ad essere rivolto dalla parte sbagliata, verso l’alto, alla ricerca di qualcosa che invece è all’altezza degli occhi e verso la terra, nel tempo presente.

Si discute spesso della necessità di incentivare le ragazze a intraprendere percorsi di studio nelle discipline scientifiche. È innegabile che molte abbiano interiorizzato l’idea di non essere all’altezza, poiché la scienza e la matematica appaiono — più di qualunque altro ambito — dominate dalla presenza maschile. Tuttavia, in questa riluttanza non si cela soltanto un condizionamento culturale, ma anche una questione epistemologica: la matematica, in particolare, viene insegnata in modo disincarnato, come un sapere astratto e universale, separato dall’esperienza vissuta. Essa viene presentata come se fosse iscritta nel codice della natura, da scoprire attraverso un atto neutrale di rivelazione, simile alla ricerca dell’oro, dove il cercatore non ha alcun ruolo nel processo stesso della conoscenza. Eppure, la matematica — come la poesia — è un’opera umana, scritta da uomini e donne le cui vite e il cui contesto storico sono parte integrante dell’espressione del sapere. La scienza è un’ideologia in camice bianco, ammantata di certezza, e bisognerebbe non ignorare il fatto che essa è, prima di tutto, una storia di persone. Questo ci aiuterebbe sotto tanti aspetti e forse potrebbe avvicinare le ragazze alle discipline STEM: mostrare loro il volto sensibile della scienza, la sua radice umana e relazionale, potrebbe non solo ampliare i loro orizzonti di scelta, ma anche aiutare l’intera società a interrogarsi sull’uso etico dei risultati scientifici e tecnologici, evitando di separare il progresso dalla responsabilità collettiva. In queste settimane, per esempio sto sperimentando a scuola una forma di teatro scientifico che intreccia narrazione, corpo e immaginazione. Da un lato, porto in scena le storie delle scienziate; dall’altro, esploro con le studentesse e gli studenti il rapporto con l’ambiente attraverso le pratiche del teatro fisico e della meditazione. Questo si traduce in video sperimentali che mostrano immagini organiche mobili — batteri, virus, animali, forme astratte — che ispirano il movimento nello spazio, attivando un processo di identificazione sensibile con il non umano, guidato dalle parole di poete. Queste sperimentazioni affiancano la didattica tradizionale con l’intento di aprire nuovi spazi di possibilità, invitando le ragazze a riconoscersi protagoniste del sapere in forme inedite. Nel profondo, conservo la speranza che le donne possano tracciare nuovi orizzonti per questo “mondo alla fine del mondo”. Approfittare dell’assenza e sapersi salvare in tempo, trovare il coraggio nelle parole di quelle venute prima di noi, riconoscerle; questo è ciò che mi piace praticare e ciò che spero di riuscire ad insegnare.

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