Osserviamo da qualche tempo un’ossessiva ricerca nell’antichità di matrici culturali dei grandi fenomeni tecnologici. Sembra che si voglia trovare, con un riferimento alla cultura umanistica, una giustificazione, o un garante, per le distorsioni o deviazioni che le tecnologie impongono alla tradizionale evoluzione della specie.
Di questa ormai ricorrente moda sono ostaggio i giganti del pensiero rinascimentale in particolare, le cui opere sono metodicamente saccheggiate, da parte di epistemologi o socio-tecnologi, alla ricerca di riferimenti o richiami che indichino una origine umanistica alla torsione cibernetica.
Proprio perché questa metodologia coglie un aspetto reale e performante del senso e del costrutto logico dei nuovi sistemi digitali, sarebbe opportuno non banalizzarne le ragioni o inflazionarne le pratiche.
Tanto più che, come vedremo, un aspetto delicatissimo dei sistemi di intelligenza artificiale, il loro addestramento, è gestibile e personalizzabile proprio con un accorto uso di testi classici, o ancora meglio, di quegli autori che hanno anticipato le potenzialità espressive dei linguaggi digitali, che possono introdurre in quei sistemi di calcolo varianti e ambiguità che li rendono più affini al nostro metodo di giudizio.
Il periodo su cui si concentrano le attenzioni di questa sorta di etnografia culturale è, in particolare, quel poderoso tornante del sapere che si ebbe alla fine del ‘500. Leibniz è un’emblema di questa “risalita alle fonti”, con le sue preveggenti anticipazioni sulla centralità della matematica nel decifrare ed analizzare le relazioni socioculturali e, in particolare, per la sua sensibilità nel cogliere l’attinenza della musica con la potenza di calcolo. Lo stesso possiamo dire per Pico della Mirandola o Giambattista Vico, per citare due pensatori che si collocano agli estremi di quel “secolo lungo” dell’irruzione della scienza nel pensiero filosofico, che abbraccia un arco che va dalla seconda metà del ‘400 fino alle soglie del ‘700.
Bruno,nemo propheta in patria
Paradossalmente invece, in questa orgia di ricostruzioni delle radici culturali più ardite, sembra godere meno fortuna e riconoscimenti, almeno nel nostro paese, proprio Giordano Bruno, che ad un esame più ravvicinato dei suoi testi risulta forse il pensatore, in quel fatidico tornante rinascimentale della fine del ‘500, che in maniera più compiuta e organizzata propose soluzioni di linguaggio e elaborazioni cosmiche più direttamente riconducibili alle attuali geometrie digitali, dando per altro più nitidamente forma a quella ibridazione fra filosofia e scienza che oggi consideriamo il vero linguaggio con cui, per dirla con Galileo, “è scritto il libro della vita”.
Bruno, per questo, ci pare di poterlo considerare il primo filosofo della scienza moderna, capostipite di quel moderno sistema cognitivo che congiunge un’evoluzione del pensiero umanistico con l’esplosione di quel campo fisico matematico che oggi sta automatizzando la nostra vita. Come spiega semplicemente uno dei capiscuola contemporanei di questa disciplina, quale è Ludovico Geymonat, «la scienza in sé non è mai chiara, e tocca al filosofo chiarirne i fondamenti, i processi dimostrativi, le applicazioni»1. Il monaco nolano ci si è cimentato in questa missione, consapevolmente. Nella sua terra poi, in Campania, e più propriamente nella sua Nola, la sua opera è del tutto esorcizzata rispetto a questo aspetto dell’attualità – la relazione diretta fra le sue elaborazioni e l’attuale cultura digitale – che invece, se debitamente coltivata e valorizzata, potrebbe, oltre che rinnovarne lo smalto del ricordo, anche indurre sul territorio attività particolarmente pregiate nella ricerca e formazione.
La necessità di collegare Giordano Bruno a quella funzione pedagogica del filosofo che chiarifica rispetto alla scienza, che ha indicato Geymonat, è invece crescente, in proporzione alle turbolenze e disadattamenti che la velocità di innovazione produce nelle università estere, come possiamo verificare negli Usa o in Germania, dove si coglie con lucidità e concretezza la pertinenza e affinità che la sua opera suggerisce con i più innovativi campi di ricerca e sperimentazione tecnologica.
E non a caso, proprio ad autori esteri dobbiamo un serrato dibattito sulla natura “magica” o scientista del monaco nolano. Penso ad esempio alle riflessioni di Frances Yates, che nel suo noto saggioGiordano Bruno e la Tradizione Ermetica2, definisce Bruno come filosofo magico e dell’occulto. Una tesi contrastata da Hilary Gatti, che invece sostiene come «il metodo bruniano sfociava, così, in una sorta di fisica matematica in cui permaneva uno stretto collegamento tra il sistema dei numeri e le trasformazioni in atto nel mondo materiale. In ogni modo, la fisica, la biologia e le scienze umane erano campi di ricerca più congeniali a Bruno di quanto non lo fossero le astrazioni matematiche»3.
In realtà gli anni che separano le due tesi che abbiamo richiamato spiegano molto della radicalità di questo contrasto. E, in questo iato storico e gnoseologico in cui la scienza diventa riprogrammazione delle nostre discrezionalità logiche ed emotive, vedo uno dei temi da affrontare in un auspicabile centro di formazione e perfezionamento dei saperi digitali da costruire all’ombra del martire di Campo de’ Fiori.
Proprio nel lungo lasso di tempo, quasi 40 anni, a cavallo del passaggio di secolo, che separa le analisi della Yates da quelle della Gatti, la scienza, attraverso un intreccio genetico con l’informatica, sia dal punto di vista strumentale, come procedure di ricerca, che come prodotto finale della stessa attività scientifica, con le attuali soluzioni di automatizzazione indotte dall’intelligenza artificiale, ha modificato la propria immagine così come la stessa identità di quanto viene elaborato e sviluppato dai ricercatori, rendendo oggi molte di quelle suggestioni bruniane – che apparivano elucubrazioni circoscritte ad un universo sciamanico ed esoterico, pensiamo alle macchine numeriche o alla mnemotecnica – delle pratiche tecnologiche concrete.
In questa metamorfosi le magie di cui parlava la Yates si sono trasformate nelle straordinarie premonizioni che citava la Gatti. È in questo gorgo, in cui la tecnica muta il carattere della scienza e rende le pratiche esoteriche del domenicano stupefacenti predizioni, che dobbiamo calarci per afferrare una delle più intense e intime eredità del filosofo nolano.
Senza voler minimamente forzare testi e assunti filosofici, cosa per cui non abbiamo né titoli né esperienze, e rimanendo nell’alveo della nostra pratica di cronisti dell’attualità socio-tecnologica, ci pare di poter mettere a fuoco proprio questa attinenza fra la riflessione bruniana sulle dinamiche cosmiche e quella nuova realtà che la potenza di calcolo indotta, con una moltiplicazione della forza della ricerca scientifica indotta, va svelando.
Per rendere meno astratto il mio pensiero, accenno, come esempio, ad uno dei fenomeni concreti che avvalorano le intuizioni bruniane, ossia la relazione fra l’infinitamente piccolo e infinitamente grande, che il nostro filosofo elabora nel suo dialogoDe l’infinito, in cui si coglie come l’osservazione della natura, in una chiave del tutto speculativa e teorica, permette al filosofo di penetrare quei meccanismi genetici di formazione di quella che oggi chiameremo l’ecosistema, fissandone i percorsi fondamentali.
In quel breve saggio bruniano si collegano proprio le due quantità: l’infinitamente piccolo e infinitamente grande – si legge – godono della stessa dignità. L’animale è fatto della stessa materia con cui è fatto il sole: l’animale che guarda l’universo infinito è il centro dell’universo come può esserlo il sole»4. È questo un passaggio che congiunge la scuola dei naturalisti – come possiamo chiamarli con la disinvoltura concessa al cronista – che prende le mosse nel mondo latino da Lucrezio, con il successivo secolo degli scientisti che si annuncia con Galileo.
L’obiettivo, come ho già accennato, della mia riflessione, è quella di rintracciare in queste dinamiche le ragioni e le condizioni di sviluppo di questa nuova fase della civiltà tecno-sociale che stiamo vivendo, in un processo evolutivo della specie umana, in cui sono le relazioni sociali e non gli strappi tecnologici ad imprimere il timbro del cambio di civiltà allo scorrere dei tempi.
Il fine ultimo è quello di individuare, anche con l’eredità dell’approccio bruniano, modelli e contenuti formativi che possano incrementare la consapevolezza critica nella combinazione delle opportunità tecnologiche con l’ambizione di un loro ridisegno da parte degli utenti.
Colgo infatti nelle complessità del linguaggio di Bruno le tracce di una commistione fra umano e tecnica che lui chiama già “memoria artificiale”: una visione legata a quella problematizzazione che ci porta a ripensare, appunto filosoficamente, i sistemi di semplificazione che le attuale soluzioni algoritmiche ci propongono. Già la forma di questi testi bruniani, pensiamo alle cosiddetteOpere Latine, dove si scorge un corredo iconografico che attribuisce alla pagina scritta una forza del tutto inedita in quel tempo, e che oggi ci vediamo schematizzare nel cosiddettobrowsing, ossia la divagazione ipertestuale in rete.
Bruno autore interattivo
Ancora più esplicito, mi pare, il riconoscimento dell’opera bruniana in una visione diciamo predittiva della letteratura come linguaggio anticipatore della cibernetica.
Un percorso di ricerca che ricaviamo dall’opera di Lina Bolzoni, una delle più ispirate e complete filologhe della letteratura rinascimentale italiana, che apre il suo saggioIl Lettore Creativoproprio con la testimonianza di Bruno nel vivificare l’uso della parola «che si insinua nel nostro animo e lo lega con unvinculumpotentissimo»5. Cosa può meglio simboleggiare la magia, se non dirlo in questo contesto, dell’interattività del web che intreccia le anime ed autorizza ognuno ad essere autore? Spiega ancora la Bolzoni che Bruno, nel suoDe magia naturali, ci mostra proprio, mediante la suggestione di una conversazione con l’anima del lettore, quello che diventa oggi “il vero potere del testo”. L’intuizione di una ancora insondata potenza della parola, non rimane lascito immobile di un autore, ma, come ancora la Bolzoni ci suggerisce, diventa “attualizzazione individuale di un testo”, che a sua volta si compone di una scrittura e di riferimenti iconografici, immagini, che impegnano sensorialmente l’intera persona dell’utente, che non è più solo lettore.
Insieme a Pico della Mirandola, con le sueConclusiones nongentae, e Ludovico Ariosto, che nella prima edizione del suoOrlando Furioso, immette nella pagina stampata le prime tavole iconografiche, Bruno sfonda i limiti di una stampa rigida e verticistica, aprendo anche nella trasmissione del sapere “infiniti mondi” da esplorare.
Bruno è il baricentro di questa nuova ipersensibilità interattiva, impegnato in un temerario ma suggestivo percorso, come ci confermano alcuni dei suoi più originali e accreditati analisti e interpreti, quali Aldo Masullo, Aniello Montano, Nuccio Ordine, Giuseppe Cacciatore, Pietro Greco, ai quali è dedicato il forum di Nola in cui siamo intervenuti nella primavera del 2024, e a cui è ispirato questo dossier che state leggendo. Un percorso in cui il nolano riesce addirittura anche a presentire la turbolenza di uno scientismo disancorato dalla filosofia.
Proprio quella battuta deLa cena de le ceneri, che ricorre spesso nei critici di una visione di Bruno come pioniere cibernetico, che recita «altro è giocare con la matematica, altro è verificare con la natura» – come sottolinea Biagio de Giovanni nel suoGiordano Bruno, Giambattista Vico e la filosofia meridionale6– ci offre invece lo spunto per illustrare un ulteriore contributo della sua opera ad un’attualità tecnologica da rimeditare.
È nota, infatti, l’avversione di Bruno per la cosiddetta nuova matematica, che a suo parere imprigiona in un astratto schematismo la vitalità della materia, con formule statiche di validità universale.
Mentre criticava anche Copernico per essersi votato troppo ad una ragione ‘calcolistica’, che poco lasciava alla riflessione sulle leggi fisiche, Bruno, da parte sua, continuò ad aderire a un simbolismo numerico di stampo pitagorico, che utilizzò, insieme alla geometria euclidea, per tentare di comprendere le trasformazioni della materia nello spazio.
Il metodo bruniano sfociava, così, con una forza predittiva che oggi ci appare in tutta la sua straordinaria evidenza, in una sorta di fisica matematica in cui permaneva uno stretto collegamento tra il sistema dei numeri e le trasformazioni in atto nel mondo materiale.
Non sorprende, dunque, che Bruno scrivesse un trattato di un certo valore scientifico, in quanto effettivamente basato sull’esperienza e sull’osservazione diretta, concernente le dinamiche incessanti della mente umana, come è ilDe vinculis in genere, che, benché incompiuto, rappresenta un interessante tentativo di dimostrare come ogni forma di linguaggio agisca sul comportamento umano, influenzando la volontà e i comportamenti. Un concetto che oggi ritroviamo pressoché intatto nelle critiche alle interferenze delle nuove psico-tecnologie sul nostro agire. In questo testo Bruno porta a conclusione la sua meditazione sulla magia, cogliendo il potere di simboli, immagini e parole, adeguatamente giustapposte, quasi anticipando la forza dell’alfabeto iconografico che ci guida sui nostri computer, nonché il modo in cui la mente reagisce ai messaggi, sia verbali che simbolici, lanciati da chi è dotato della potestà di servirsene. Questa precoce consapevolezza da parte di Bruno dei pericoli inerenti alle nuove forme di conoscenza, scienza e di comunicazione, che emergeranno poi nel corso nel sedicesimo secolo, può essere considerato uno dei suoi contributi più personali e originali all’apparire di quella realtà virtuale che oggi ci circonda.
Abbiamo così l’opportunità di tornare sul concetto di analogia, come relazione intersoggettiva nella dinamica del pensiero a cui abbiamo prima accennato. Ce la mostra Giovanna Borrello con il suo libroAldo Masullo. L’interrogazione del reale7, dove richiama la lucida analisi dello stesso Masullo, che vede in Bruno un pensatore dell’analogia e non della contraddizione. Intendo io per analogia, quella sofisticata forma di confronto convergente, in cui concetti giustapposti, fra loro striduti o comunque distinti, dialogano naturalmente. «Non è armonia e concordia – scrive il filosofo nolano – dov’è unità, dove un essere vuole assorbire tutto l’essere; ma dove è ordine e analogia di cose diverse, dove ogni cosa serve sua la natura»8. Inoltre, nella sua concezione della pluralità dei centri, anche la diversità si evolve da una potenziale contesa ad una contemplazione di verità diverse, che apre la strada ad una forma di convivenza civile, pur non appiattendo distinzioni di posizioni o interessi. Non credo sia una forzatura vedere in questa posizione i prodromi di quel dualismo binario che presiede all’alfabeto digitale e ci ha reso possibile creare quegli infiniti mondi che ci vennero così genialmente preconizzati dal martire di Campo de’ Fiori.
Questo dualismo analogico, che ritroviamo in parte anche nella concezione di Masullo sul rapporto singolarità/intersoggettività, come sostiene Giovanna Borrello nel testoAldo Masullo, L’interrogazione del reale,9potremmo dire, ci conduce alle radici di una modernissima forma di negoziazione sociale, quanto mai oggi attuale e necessaria per civilizzare quel pianeta digitale che ci appare ancora privo di un dinamismo civile indotto proprio da una negoziazione attiva, quale è l’infosfera.
La tecnica diventa così forma e linguaggio di un intricato sistema di relazioni sociali dove le opposizioni si declinano in termini logici. Un dato che ci permette di risalire lungo questo ragionamento alla constatazione che sia proprio la società ad essere matrice e contesto in cui adeguare e riprogrammare le soluzioni scientifiche.
Una concezione che rende latèchne, non un destino heideggeriano, che impone una soluzione di forza fra le diverse e plurime soluzioni, tutte fondate e giustificate, ma più appropriatamente un’infrastruttura di volontà e poteri che danno senso e direzione, e soprattutto conseguenze al modo di progettare e realizzare queste tecniche.
Mi aggancio ad un altro testo di Giovanna, in cui precisa che «Più che di libertà del filosofo, come categoria astratta, dovremmo parlare di etiche, etiche territoriali che regolano problemi e conflitti che nascono all’interno dei vari campi di innovazione che vanno dal potenziamento umano alle scelte dell’individuo all’interno di un sistema automatizzato e programmato (es., la smart city)»10. Il richiamo a “problemi e conflitti” che rompe la naturalità del rapporto uomo-macchina, che cita Giovanna Borrello, è una veraback door, come dicono gli informatici, che introduce a un confronto con l’ordito del transumano di cui molto ha scritto Paolo Masullo.
La molteplicità delle etiche è l’arsenale della guerra in corso tutt’ora nel mondo, anche di quella tragica che sta devastando l’Ucraina e martoriando Gaza, e delle mille contese che si stanno incendiando attorno ai predomini digitali: ognuno brandisce la propria etica come una clava. Ma al tempo stesso non può fare a meno di averne una.
Uso la definizione di “problemi e conflitti” di Giovanna Borrello, per leggere in questa chiave le pulsioni combinatorie di Bruno, che anticipano il secolo della matematica, quale fu il XVII, e diventano poi il retroterra al successivo tempo, quello delle rivolte civili e sociali, quale fu il XVIII.
Si intravede un altro territorio per una dinamica duale, comunque sorretta da fasi conflittuali, in cui il calcolo è mediabile dagli interessi, e dunque, come ci ha incoraggiato a fare il Pontefice nel suo intervento del G7 dello scorso giugno, dalla politica che deve tornare prioritaria nell’infosfera.
Il numero è negoziabile?
E vi chiedo, per questo, vi è una relazione fra i due fenomeni? Calcolo e poteri sono strettamente connessi da una permanente relazione conflittuale? I due fattori storici non sono forse particelle quantiche, strettamente correlate, anche se apparentemente lontane, in una sorta di entanglement storico, come direbbero i fisici quantistici? Cos’è questo legame fra causa ed effetto, se non la descrizione di un conflitto originatosi da una gerarchia proprietaria?
Abbiamo un esempio sotto i nostri occhi: l’intraprendenza (non parlo di “intelligenza” per non aprire un altro percorso di discussione che porterebbe molto lontano) di ChatGPT che nelle sue frenetiche versioni aggiornate ci offre un’opportunità concreta per rispondere a queste domande. Siamo ora alla soglia di una nuova costruzione digitale che irrompe anche nel mondo dei sentimenti e delle emozioni, programmando persino la menzogna, come contributo ad un’automatizzazione delle nostre decisioni.
Nell’acronimo che compone il marchio ChatGPT, è la P la lettera chiave che sta perPreTrained, ossia preventivamente addestrata. Tutta la tecnologia ibridante èpre-trained: da Google ai microchip cerebrali. Possiamo non chiederci pre-addestrata da chi e per che cosa?
Per rispondere provo a focalizzare proprio la fase dell’addestramento che si identifica con l’espressioneword embedding.
È questa la delicatissima fase in cui ChatGPT – sarebbe più corretto parlare di AI (ChatGPT è una delle AI possibili) – apprende come apprendere, si imposta ilmachine learning, già Google Gemini segue una via diversa.
Vediamo così come il dispositivo ingoi alcune migliaia di miliardi di termini e di assetti cognitivi che gli permettono di anticipare il nostro periodare sulla base della ricorrenza di una sequenza di termini.
Un processo mastodontico, realizzato prima da umani, schiavi semantici che in Kenia lavorano a 2 dollari l’ora benché laureati, e oggi gestito direttamente da AI Agent, come AutoGPT, che non necessita dell’inserimento di comandi umani perché si assegna da sola dei comandi ulteriori per perfezionare e allargare l’obiettivo. Non vi sfuggirà lo spazio di discrezionalità che il proprietario per orientare semanticamente e neuralmente il sistema.
Pre-programmando questa dieta di discorsi, dunque di significati, il proprietario indica la direzione che seguirà la macchina.
Possiamo non rintracciare in questa ultima capacità e possibilità di selezionare l’intero scibile umano, allestendo le mappe neurali di un sistema intelligente, una nuova forma di primato che non può che rimandare a modalità di rivalsa sociale.
È questo un conflitto tutto umano, dove la macchina è solo strumento, e non agente, di un umano, senza suffissi o prefissi, senza iltrans, o ilmetao ilpost. Un conflitto fra materialissimi e prosaici interessi umani, di alcuni esseri umani, che dominano e guidano, come scrive Remo Bodei nel suo ultimo saggio dal l’emblematico titolo diDominio e sottomissione11, l’impatto della riprogrammazione della struttura umana nelle relazioni sociali. Un conflitto eccitato e determinato dal prevalere di alcuni, fra i possibili, effetti di quel mutamento di ritmi e schemi di cui parlava McLuhan. Potrebbe il dispiegarsi di una tale riorganizzazione antropologica compiersi in stato di quiete sociale?
Ecco dicevamo che rintraccio in questo passaggio l’ombra appunto di quello che per me è il vero anello mancante, tanto per restare nel perimetro della metafora masulliana, nella progressione tecnica del processo di ibridazione umana. La domanda fondamentale che il nostro autore ci pone: “cosa diventa quest’uomo?”, va integrata e prolungata con un altro quesito: chi sta muovendo questa antropomorfosi?
L’ondata algebrica del secolo lungo del calcolo come procedura civile, fu l’origine delle rivoluzioni borghesi della fine del ‘700 nei nascenti Stati Uniti e in Francia. Ed oggi il processo di riclassificazione della democrazia rappresentativa convive, per pura coincidenza, con la pandemia digitale, che vede virus algoritmici e spazi di contaminazione e di interferenza cerebrale diffondersi in tutto il pianeta in un dualismo di inediti accessi di massa alla parola e di sconosciute forme di omologazione di intere moltitudini via web? Più sinteticamente, l’informatica o, meglio, l’organizzazione sistematica e schematizzata della scienza dell’informazione, è una tecnologia che prevede libertà, come proclamava Adriano Olivetti nel suo famoso discorso del novembre del 195912. Una libertà conculcata e annientata dal dominio della proprietà privata dei linguaggi sociali?
La privatizzazione dei sistemi di contabilità, che diede primato e dominio alla prima borghesia commerciale dei comuni e dei primi stati nazionali, non è forse una delle origini di quella evoluzione dei numeri che oggi ci ha portato alla cosiddettadatacraziaealgocrazia?
Ci siamo così trovati molto al largo nella nostra navigazione attorno a Bruno, ma abbiamo fatto per dare almeno una percezione di quale straordinario patrimonio cognitivo e filosofico questo personaggio conserva oltre la coltre di generica retorica che lo ammantano.
Per tornare sull’obiettivo concreto: concorrere a trasformare Bruno e il suo territorio in un motore e non in un mausoleo, ci sembra di avere sommariamente indicato quegli indirizzi e quelle modalità che rendono il nolano un sistema di integrazione e traduzione critica delle opportunità che l’intelligenza artificiale ci propone, cadenzando le sue sollecitazioni in altrettanti capitoli per percorsi formativi dedicati, dalle imprese, alla ricerca sociologica e filosofica, alle nuove metodologie di apparati pubblici alle prese con le torsioni tecnologiche. È una opzione che non permette incertezze: se constatiamo che Bruno è anche quanto abbiamo descritto non possiamo lasciarlo marmorizzato nei suoi monumenti.
- A. Stabile,I Buoni Maestri, Mondadori Editore 1988, p. 136, conversazione con l’autore.
- F. A. Yates,Giordano Bruno e la Tradizione Ermetica, Editori Laterza, Roma-Bari 1981 (prima edizione in italiano 1969).
- H. Gatti,Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001.
- G. Bruno,De l’infinito universo e mondi, inOpere italiane, con note di Giovanni Gentile, vol. I,Dialoghi metafisici, 2a ed. riveduta e accresciuta, Laterza, Bari 1927, p. 201.
- L. Bolzoni,Il lettore creativo. Percorsi cinquecenteschi tra memoria, gioco, scrittura, Guida Editore, Napoli 2012, p. 11.
- B. de Giovanni,Giordano Bruno Giambattista Vico e la filosofia meridionale, ES editore, Napoli 2023, p. 93.
- G. Borrello e F. Lamberti (a c. di),Aldo Masullo. L’interrogazione del reale, Liguori Editore, Napoli 2022.
- A. Masullo, esergo inGiordano Bruno Maestro Di Anarchia, Edizioni Saletta dell’Uva, Caserta 2016.
- G. Borrello, Introduzione a G. Borrello e F. Lamberti (a c. di),Aldo Masullo L’interrogazione del reale, cit., p. IX.
- G. Borrello,Aldo Masullo e Paolo Augusto Masullo. Un dialogo serrato, Liguori, Napoli 2023, p. 49.
- Si veda R. Bodei,Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, Intelligenza Artificiale, Il Mulino, Bologna 2023.
- Si veda, M. Mezza,Avevamo la luna, Donzelli Editore, 2013.
