Mario Manzi ripercorre il rapporto tra Bruno e la sua terra natale, Nola e la collina di Cicala, fino alla concezione di un universo infinito, senza centro né circonferenza, in cui Dio è insieme causa infinita e principio immanente della natura.

La figura di Giordano Bruno è caratterizzata da un’esistenza travagliata a causa dei diversi scontri dottrinari che lo videro in contrasto non solo con gli ambienti accademici dell’epoca, in particolare con gli aristotelici, ma anche con la chiesa cattolica e protestante. Da ciò si spiega la sua lunga peregrinazione che lo vide soggiornare presso le principali corti e università italiane ed europee, una volta lasciato il convento di San Domenico Maggiore a Napoli a causa dei suoi interessi “eretici” (in particolare la lettura di Erasmo da Rotterdam) che ne determinarono il primo processo in quell’epoca difficile, caratterizzata dai conflitti religiosi e dalla dura repressione attuata dalla Controriforma.

Ciò che però non deve essere tralasciato quando si analizza il pensiero di questo autore è il suo rapporto con la terra natia, con Nola e in particolare con la collina di Cicala dove effettivamente Bruno nacque.

Proprio lo scenario naturale di Cicala dà al giovane filosofo l’ispirazione per le sue prime considerazioni in materia metafisica e teologica: lo spettacolo degli elementi del paesaggio più vari quali alberi, fiori e frutti che dai semi e dalle radici si producono, gli rivela il potente dinamismo che anima e unisce la natura e gli fa avvertire la “presenza di Dio” come qualcosa che non è distante ma appunto è anche negli esseri più piccoli come in quelli grandi, poiché anche le cose grandi sono pur sempre composte da quelle piccole ancora, in un disegno perfetto in cui Dio si fa natura dal di dentro.

Sempre presso il castello di Cicala, Bruno osservava come i raggi solari, passando attraverso le feritoie, andavano a proiettare sulle mura delle immagini che sembravano animate: quello spettacolo suggeriva al Nolano la presenza di innumerevoli altre esistenze che abitano l’universo, effetto di quella “causa infinita” che produce in uno spazio infinito altrettanti infiniti mondi. Del resto, per Bruno, la realtà è sempre permeata da uno spirito e da una intelligenza, sia essa un essere umano o una pianta o qualsivoglia altro ente della natura.

Ovviamente questi sono solo due brevi e semplici esempi, che però già danno la misura di quel legame fondamentale che legherà la città di Nola e la fertile collina di Cicala ad uno dei più inquieti e vivaci filosofi del Rinascimento europeo.

Il pensiero del filosofo nolano deve la sua complessità al fatto che attinge a diverse tradizioni: dalla cabala ebraica alla magia rinascimentale, dalla riflessione plotiniana al naturalismo a lui contemporaneo, recependo le suggestioni della nuova scienza astronomica. Al centro del suo interesse però, come ho indicato sopra, vi è sempre la natura, concepita panteisticamente, seppure in maniera del tutto nuova rispetto alla tradizione presocratica. L’originalità del pensiero bruniano, infatti, risiede nell’aver ripensato il rapporto fra Dio e la natura: da una parte Dio è la Causa, unica ed infinita che infinitamente genera l’universo e i mondi, altrettanto infiniti. Scrive Bruno nel dialogoDe infinito, universo e mondi:

«Io dico Dio tutto infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell’infinità dell’universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all’infinito, possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello»1.

Dall’altra Dio è anche il “principio razionale delle cose”, le quali in quanto “parti” sono da riferirsi alla sua unità infinita nella quale trovano la propria ragion d’essere.

Nell’universo bruniano torna il concetto neoplatonico dianima mundi, forma universale la cui principale facoltà è l’Intelletto universale che conduce la natura a produrre le sue specie; accanto a questo principio troviamo quello di materia di cui ogni cosa consta, differenziandosi nelle varie specie. Bruno, quindi, intende conciliare la trascendenza del divino, tipica del neoplatonismo, con una visione naturalistica per la quale Dio è anche immanente alla stessa natura, la quale è animata da quell’anima universale di cui sopra. Ciò ha determinato che nella storia della filosofia questa concezione venisse definita immane-trascendente, atta proprio a integrare le due prospettive.

Nel pensiero di Bruno però occorre ravvisare anche il peso del copernicanesimo. Il Nolano ebbe gran stima dell’astronomo polacco, poiché la sua nuova visione del cosmo insisteva su una purificazione di tutti gli astri e sull’unificazione del cielo e della terra non più gerarchicamente contrapposti come nella concezione aristotelico-tolemaica. Bruno però, a differenza di Copernico, non si limita al sistema planetario ed estende questo principio di uguaglianza astronomica a tutto l’universo, sostenendo che vi sono solo due specie di corpi nel cosmo, i soli (le stelle) e le terre, i primi luminosi e le seconde cristalline e lucide e a tutti comuni il moto, ciò che lo genera, la materia e lo spazio in cui si muovono. Il movimento però non viene ricondotto ad un Motore esterno ma tutti i corpi sono mossi da un principio intrinseco che è l’anima propria di ogni cosa; l’universo, nella sua infinità, è immobile, il moto compete alle sue singole parti, ovvero agli astri. Dal punto di vista strettamente metafisico ciò implica che a Dio viene tolta quella funzione, tipica nell’aristotelismo, di motore immobile, e il concetto di divinità viene reinterpretato come principio immanente del cosmo.

Un universo così delineato non ha né centro né circonferenza, termini adatti per un luogo “de-finito”, ma è appunto uno “spacio infinito”, riempito da infiniti mondi dove non vi è posto per il vacuo, il nulla; ogni sua regione è occupata da corpi vaganti in questo spazio e mossi internamente dal proprio motore spirituale, senza distinzioni gerarchiche e formanti sistemi solari regolati dalla razionalità della propria natura.

Un universo, nella sua totalità, unico ed immobile, che accoglie al suo interno le contraddizioni e le vicende dei singoli esseri in una sorta di ripresa del concetto cusaniano dicoincidentia oppositorum: le opposizioni e il divenire sono caratteristici del finito e degli enti, ma il mondo in sé non diviene e non si muove, non ha dove trasferirsi.


  1. G. Bruno,De l’infinito, universo e mondi, in G. Aquilecchia (a cura di),G. Bruno. Dialoghi italiani, vol. II, con note di Giovanni Gentile, Sansoni Editore, Firenze 1985, 2 voll., p. 382.

Iscriviti alla newsletter

Non inviamo spam! Leggi la nostraInformativa sulla privacyper avere maggiori informazioni.