È difficile nel nostro presente cercare all’interno degli spazi istituzionali e istituzionalizzati del sapere un luogo entro il quale possiamo trovare l’eco della pratica filosofica. Al contrario è proprio del sapere filosofico istituzionalizzato irrigidirsi in una posizione, talvolta autodifensiva e violenta, che vuole distinguere un ambito puro della teoria dallo spazio grigio dell’esistenza individuale. Tuttavia, la filosofia oggi viene riscoperta nella sua vocazione pratica in funzione della vita e del soggetto e oltre la sterile denominazione data dalla grammatica del “settore disciplinare”. Oggi assistiamo ad un revival della filosofia nel suo senso originario con la professione del counselor filosofico.
La filosofia, all’interno di questo ritorno, si rivela come esercizio per un soggetto in trasformazione mediante pratiche e tecniche. All’interno di questo articolo prendiamo come punto di riferimento il concetto ditecnologie del sédi Michel Foucault, il concetto diantropotecnicadi Sloterdijk e il concetto dipraticasorto all’interno del Pensiero della differenza sessuale con l’obbiettivo di chiarire l’esercizio filosofico che si dà nella configurazione del counseling filosofico.
Platone: la filosofia come cura di sé
Nell’Alcibiade primo1, uno dei dialoghi in cui Platone sostiene compiutamente la tesi di Socrate della coincidenza dell’uomo con la sua anima, Socrate insegna al suo giovane discepolo, Alcibiade, come la cura di sé sia un mezzo per prepararsi alle responsabilità della vita pubblica adulta. Il giovane Alcibiade, alla vigilia del suo ingresso nella vita politica, passa da un atteggiamento spirituale a un altro: infatti, all’iniziale presunzione e superbia, fanno seguito l’umiltà richiesta dalla ricerca della verità e il bisogno dell’aiuto del maestro. Il “prendersi cura di sé” (epiméleisthai heautoû) — atteggiamento riflessivo e dialogico — che compare per la prima volta in Platone nell’Alcibiade primo, si riferisce non tanto ad un atteggiamento astratto tipico della filosofia moderna o delle raccomandazioni generiche, quanto ad un’attività reale composta da una pluralità di esercizi su di sé, attraverso cui il soggetto elabora e trasforma sé stesso.
La cura di sé, come tecnologia del sé
Michel Foucault, guardando al mondo antico definisce l’esercizio di filosofare un “ozio attivo” poiché si tratta «di studiare, leggere, di prepararsi alla sventura o alla morte»2. In Foucault, la riflessività legata all’interiorità e al “conosci te stesso” (gnòthi seautòn) non definisce una sorta di postulato o una teoria generale e universale del soggetto, ma una forma di riflessività che costituisce il soggetto come tale attraverso delle pratiche. Su questa linea troviamo anche il filosofo Peter Sloterdijk che nel testoDevi cambiare la tua vitadelinea una lunga e articolata storia delle “antropotecniche”, vale a dire le pratiche attraverso cui “l’uomo produce l’uomo attraverso una vita di esercizi”. Sloterdijk definisce “esercizio” «ogni operazione mediante la quale la qualificazione di chi agisce viene mantenuta o migliorata in vista della successiva esecuzione della medesima operazione, anche qualora essa non venga dichiarata esercizio»3. Secondo Sloterdijk le “antropotecniche” sono tutte quelle pratiche tramite cui gli esseri umani, intensificando la propria azione su di sé producono dei cambiamenti nella propriaphysise nella mentalità. L’esercitarsi, secondo Sloterdijk, è una costante antropologica per l’essere umano4. «L’uomo produce l’uomo» internamente ad un cerchio antropotecnico, in cui esercizio ed effetti di ritorno fanno tutt’uno. L’esercizio secondo Sloterdijk è lo strumento di intensificazione del sépar excellenceattraverso cui gli uomini rendono ciò che è improbabile nel quotidiano, anche le mete più lontane, a portata di mano.
Se assumiamo la categoria di esercizio proposta da Sloterdijk, il counseling filosofico è uno spazio per attivare un esercizio di riflessività e di indagine relativo al proprio sapere di sé all’interno del quotidiano da parte di un singolo che mette in relazione idee e crea opinioni su di sé e sul mondo.
La distinzione tra conoscenza e opinione è uno dei paradigmi della filosofia platonica. Socrate, nello spiegare a Menone — nell’omonimo dialogo di Platone — la natura della conoscenza, sottolinea proprio la forza generatrice, attiva e non statica delle opinioni che, pur rimanendo salde per un certo periodo, in realtà non hanno di per sé natura stabile finché non vengono legate da un ragionamento causale. Il counselor filosofico mediante il metodo del dialogo socratico può sostenere il cliente ad individuare sul piano delle idee e delle opinioni gli elementi favorevoli e sfavorevoli rispetto alla propria tensione verso il benessere promuovendo mediante il dialogo socratico e varie pratiche, come ad esempio la scrittura, il diario, la poesia, il teatro danza etc. diverse forme di tecnologie del sé.
Secondo Foucault letecnologie del sépermettono agli individui di eseguire «coi propri mezzi o con l’aiuto degli altri, un certo numero di operazioni sul proprio corpo e sulla propria anima — dai pensieri, al comportamento, al modo di essere — e di realizzare in tal modo una trasformazione di sé stessi allo scopo di raggiungere uno stato caratterizzato da felicità, purezza, saggezza, perfezione o immortalità»5. In questo senso il metodo del dialogo socratico può essere inteso come supporto di riflessione di sé su di sé all’interno della relazione di aiuto, cometecnica di supportoche si pone come obbiettivo l’emersione da parte del cliente di potenzialità inespresse, condizione necessaria per una vita volta al benessere. Il cliente trova uno spazio favorevole per la modificazione di sé rispetto ad una condizione di disagio.
Dalla semantica della ποίησις alla semantica della πρᾶξις
Tuttavia, il concetto di tecnologia del sé, proposto da Foucault, non corrisponde pienamente al senso che noi vogliamo tracciare nei confronti del counseling filosofico. Il filosofo nella sua analisi sulle tecniche stoiche di cura di sé, di scrittura di sé, che rappresentano una vera e propria costruzione della soggettività, attraverso l’esercizio di assoggettamento a regole prescritte fa riferimento ad una lettera di Marco Aurelio al maestro Frontone del 144 d. C., nella quale l’imperatore filosofo descrive il suo quotidiano in modo minuzioso e soprattutto dichiara che alla fine della giornata ha controllato tutto l’agire del giorno alla luce delle regole che il suo maestro gli ha dato. Regole precise e fisse. Nel caso riportato da Foucault si tratta quindi di pratiche regolate e ripetibili che perseguono uno scopo. Gli esempi presi in analisi da Foucault per descrivere le tecnologie del sé sono tecniche da ripetere sempre identiche, che rappresentano modelli di comportamento, ovvero operazioni schematiche finalizzate ad uno scopo predeterminato a cui la soggettività si sottopone liberamente. Nel caso specifico lo scopo è un certo tipo di stile di vita — quello stoico — che è ritenuto di valore. Ciò che resta fuori dall’analisi di Foucault, e l’elemento proprio del counseling filosofico; la possibilità di introdurre un gesto imprevisto all’interno delle pratiche quotidiane che abbia il doppio effetto di portare a visibilità le pratiche di vita abituali, in forma critica, e contemporaneamente dare spazio ad un agire nuovo in sintonia con la propria condizione esistenziale, potremmo dire con il proprio desiderio. Ancor prima del ritorno della filosofia alla sua vocazione pratica esistono esperienze di pratiche sorte in ambito italiano all’interno del pensiero femminista degli anni 70 in cui, come suggerisce Zamboni, «l’elemento imprevisto del reale è accolto dalle pratiche per il fatto che esse sono un processo aperto […] un agire nel quale l’elemento di potenzialità, di latenza, di non risolto in opera finita, è presente e ne permette la capacità dinamica»6. Tali pratiche sono volte alla dimensione trasformativa di sé e del mondo. Cuore del femminismo italiano è la pratica delpartir da sé.
Verso una pratica politica
Al contrario dei sistemi tecnici e formali sviluppatisi in occidente a partire dalla figura di Socrate, ilpartir da sési radica nel corpo, nei vissuti e non in una risoluzione già data applicabile indiscriminatamente. Immagino che le donne abbiano inventato questa pratica delpartir da sé, per sottrarsi alla definizione di sé imposta dal “primo sesso”, per sottrarsi da una condizione di subalternità e divenire libere e autonome nel proprio dirsi, nel proprio prendere parola, nel fare spazio ai propri desideri. Il pensiero della differenza nasce dal e nel movimento delle donne, trova una sua capostipite in Luce Irigaray e un suo peculiare sviluppo in Italia. In particolare, all’interno di Diotima una comunità di filosofe che ha fatto di questo posizionamento di pensiero una ricerca teoretica radicata nella pratica delpartir da sé. Il pensiero della differenza sessuale muove da una critica al monologo del pensiero occidentale maschile e dalla presa di coscienza che le donne, come corpi-pensanti sono costantemente eteronormate da un linguaggio apparentemente neutro che fa della differenza sessuale lo strumento di soggezione delle donne. Nel tentativo realizzato all’interno di una filosofia che tiene in un chiasmo teoria e pratica, il pensiero delle donne, ha generato una visione del soggetto desiderante il quale fa tutt’uno con le pratiche che ne permettono l’emersione.
Una tecnologia del sé incarnata: il partir da sé
Dall’esperienza del femminismo italiano degli anni Settanta emergono gruppi di autocoscienza femminili, spazi tra donne dove, mediante ilpartir da sé, ogni singola donna nella relazione con le altre costruiva un pensiero autonomo dall’universo del discorso patriarcale a partire dal proprio vissuto, dal proprio disagio, allo scopo di riuscire a nominare il proprio desiderio. La pratica delpartir da séè una pratica non individuale, ma relazionale, in quanto si manifesta solo nel dirsi alle altre, ma non solo. Ilpartir da séè una pratica relazione perché porta il soggetto a pensarsi come parte di relazioni, a costituirsi in queste relazioni. Ma perché le donne scelgono di esercitare la pratica delpartir da sé? Una risposta ci viene da Sara Campeggi: «Le donne scelgono unapratica, attività che implica non solo un agire concreto ma anche esercizio, conoscenza e relazione, e lo fanno perché sentono che il contesto che abitano crea in loro una sensazione di malessere, malessere a cui devono dare un nome per poterlo affrontare e poterlo esporre nel mondo. Partono da sé perché devono farlo, perché nel silenzio, nel sottrarsi ad un contesto che non le rispecchia, possono interrogarsi, imparare ad accettarsi per quello che sono, rafforzando le loro idee e la loro identità. […] Le donne che si rendono disponibili all’ascolto senza essere giudicanti, che sono aperte alla relazione, che possono capire il mio vissuto perché condividono l’esperienza di essere donna e che creano spazi alternativi; ecco, loro sono il luogo sicuro dove è possibile rompere il silenzio e partire insieme verso qualcosa di trasformativo»7.
Con i dovuti distingui e l’attenzione a non spoliticizzare, credo che ilpartir da sépossa essere letto sia come relazione di aiuto che come pratica dell’Aver cura di sé. Una pratica inventata dalle donne per le donne, una pratica che vuole essere trasformativa, nella presa di distanza dal patriarcato, da schemi astratti, che si fonda sulla relazione all’Altra, che la supporta nel prendere parola, neldivenire donna. Come suggerisce la pensatrice Luisa Muraro «Partire da sé, vuol dire: rinunciare al punto di vista oggettivo esterno per coinvolgersi nella realtà in questione, e farlo distaccandosi da sé, per mettersi da sé mediante una cosa mediante l’altra»8. La filosofa mette in evidenza come un processo di modificazione del sé e del proprio dirsi implica un pensare che non sia via di schemi astratti, ma un coinvolgersi in quello di cui si parla, sapere se ci tocca, perché o per quale motivo — «Nell’idea e nella pratica del partire da sé, c’è la prospettiva di uno stare al mondo nella fedeltà a sé» questa pratica «fa ritrovare non solo la strada, ma te stessa sulla strada nel punto in cui avevi perduto la strada e te stessa»9. Credo che le esperienze, i pensieri e le pratiche del movimento delle donne siano una grande risorsa per il counseling filosofico quando questo nell’impegno di sostenere un processo volto al benessere all’interno di una relazione d’aiuto voglia promuovere nell’altro una modificazione di sé non solo momentanea che si estenda nella vita come pratica dell’Aver cura di sé, dell’essere fedeli a sé stessi, al proprio desiderio. A tal proposito Angela Putino, nel saggioLa cura di sé, scrive:
Governo di sé, cura di sé: conoscersi, capire la forma che si desidera darsi. Non quella del potere, né quella dei codici, ma la forma che dirà del nostro desiderio. E le tecnologie con cui il sé è modellato (esame, rapporto con il maestro, scrittura mnemotecnica) sono esse stesse non strumenti del desiderio, ma il proprio desiderio che s’inventa10.
In questi termini la filosofia si rivela tecnologica, ma in un senso inedito: una tecnologia del sé comedesiderio che s’inventa.
- G. Arrighetti e D. Puliga (a cura di),Platone, Alcibiade primo-Alcibiade secondo, tr. it, Rizzoli, Milano, 1995.
- M. Foucault,Tecnologie del sé, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, p. 23.
- P. Sloterdijk,Devi cambiare la tua vita, cit., p. 7.
- «La “religione” non esiste né esistono le “religioni”, ma soltanto mal compresi sistemi di esercizio spirituale». P. Sloterdijk,Devi cambiare la tua vita, cit., p. 5.
- M. Foucault,Tecnologie del sé, cit., p. 13.
- C. Zamboni,Una contesa filosofica e politica sul senso delle pratiche, consultabile al link: https://www.diotimafilosofe.it/wp-content/uploads/2016/10/2.7chiara-conflitto.pdf.
- S. Campeggi,Un luogo sicuro nella voce di altre donne, consultabile al link: https://puntodivista.libreriadelledonne.it/un-luogo-sicuro-nella-voce-di-altre-donne/.
- S. Baratella,La scommessa del partir da sé, consultabile al link https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/la-scommessa-del-partire-da-se/.
- L. Muraro,Partir da sé e non farsi trovare, in: Diotima,La sapienza di partire da sé, Liguori, Napoli, 1996, pp. 13-14.
- A. Putino,La cura di sé, in Diotima,La sapienza di partire da sé, cit., p. 146.
